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giovedì 22 settembre 2011

Bausettete

Eccolo lì. Con la schiena ricurva in avanti, mani sul viso e pronto a far esplodere quel sorriso degno del migliore Capitano. Quello della Pasta naturalmente. Ma questo era solo l'atto finale di un lungo monologo. Monologo costituito da consonanti triplicate. Vocali ripetute. Suoni irriproducibili e movenze da mimo. Tutto naturalmente accompagnato da uno sguardo non particolarmente magnetico.


Non gli erano bastati gli errori commessi con il figlio oramai adolescente, che ora andava a replicare con il neonato degli amici di famiglia. Nemmeno il via vai sostenuto dei passanti del centro, gli incutevano vergogna. Era imperturbabile. Lui era completamento concentrato nel cercare di accendere un contatto comunicativo con il pargolo. Addirittura interpretava alcuni leggere vagiti, come risposte di compiacimento allo sforzo che stava facendo.


Nemmeno il richiamo della moglie con tanto di strattonata per la giacca limitava le sue performance.  Ma finalmente tutto venne sospeso. Il pianto sincopato e poco consolabile del lattante lo fece immobilizzare. Solo qualche istante però. Dopo aver sentenziato che la creatura era vittima di piccole coliche, con voce ferma esortava: "Vieni piccino ora ti faccio ridere io un pochino...".


Il cielo si aprì. Le grida del nascituro cercarono sostegno nell'alto dei cieli.


Bausettete.

martedì 9 novembre 2010

Nel sogno

Alcuni ridevano come dei bambini. Non si vergognavano di apparire tali. Altri s'innamoravano. Non gli interessava quanto sarebbe durato.

Dei giovani cantavano. Dicevano che era la loro passione. Dicevano pure che li pagavano per questo. Degli altri studiavano. Anche loro parlavano di passione. Anche loro venivano pagati per far ciò. Sul tavolo però non c'erano soldi. C'era da mangiare e pure da bere. Era questo il denaro. Qualora fossero stati stanchi avevano pure da riposare.

Poco più in là, vicino ad una fonte un gruppo di anziani. Era un gruppo cospicuo, ma erano molti di più i ragazzi che erano con loro. Le parole degli anziani venivano ascoltate dai ragazzi. Pure le parole dei ragazzi venivano ascoltate dagli anziani.

Un profumo di gelsomino anticipò l'arrivo di un altro gruppo. Erano tutte donne. Tra loro nonne, mamme e bambine. Dicevano di essere libere. Libere di sentirsi donne. Libere di essere donne. Potevano lavorare, studiare, accudire una famiglia, dirigere un'azienda, amare e essere amate.

Poi arrivarono tanti bambini. Di nazionalità diverse. Di lingue diverse. Tra loro si capivano. Giocavano, saltavano, correvano, bisticciavano e tornavano a giocare. Erano bambini. Si comportavano da bambini. 

Non capivo il perché di tanta codesta felicità. Anche una banda arrivò. Dicevano che arrivava ogni giorno per festeggiare. Un ragazzo mi portò un bicchiere per brindare - "ma cosa si festeggia?" chiesi incuriosito. Sorpreso da tal richiesta, ma premuroso di poter aiutarmi, il giovane iniziò ad indicarmi ad uno ad uno tutte le persone che ci circondavano. Silenziosamente. Giunta all'ultima persona visibile ai nostri occhi, indicando me esclamò: "Alla vita. Brindiamo alla vita. Ogni giorno è un nuovo giorno di vita, per ognuno di noi".

"Mi sembra di sognare", replicai.
Delicatamente mi prese la mano, dopodiché mi disse: "la smetta di sognare... si svegli, ed inizi a vivere!".