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martedì 22 maggio 2012

L'arcobaleno

Era come della polvere che gli si depositava addosso. Una nebbia sottile che gli offuscava la vista. Un'interferenza artificiale per le emozioni del cuore. Oggi, come ieri e forse ancora per domani. Gli occhi intercettavano solo i titoli di quelle notizie, per poi soffermarsi sulle immagini che seppur in bianco e nero, non perdevano d'intensità. Se non fosse stato sufficiente il giornale, ci avrebbe pensato la televisione a ricordare il tutto. E anche nel tratto che lo divideva da casa il radiogiornale aveva strappato il palcoscenico alla musica.


Non era bastato chiudere quelle pagine e abbassare i volumi degli altri mezzi, per riprendere possesso con se stessi. Era quello il mondo che gli avevano imposto. Niente e nessuno si sarebbe potuto esimere da una scenografia già montata e una sceneggiatura già scritta. Anche la pioggia quel giorno sembrava cadere ad un ritmo di insolita insofferenza, mentre il cielo si avvolgeva in quel suo abito grigio.


Al semaforo l'arresto fu totale. Il rosso sembrava essere giunto al momento più opportuno. Il respiro affannato lasciava le sue impronte sul vetro. Con le tre dita della mano sinistra cercò di togliere traccia di ciò. Fu così che il suo sguardo oltrepassò il finestrino per imbattersi nell'interruttore dei suoi sentimenti. Due giovani ragazzi completamente indifferenti alla pioggia si lasciavano andare ad un bacio voluto. Era quello l'arcobaleno che stava attendendo. Il verde arrivò, il cuore riprese il suo battito e la sua mente tornò ad essere libera.


Photo Credits


mercoledì 9 maggio 2012

Il ritorno

Erano trascorsi quindici anni. Forse anche di più. Il giorno che lo aveva lasciato la pioggia bagnava i suoi abitanti, il cielo grigio dominava sulle sue case e per uno strano caso le campane dell'unica chiesa posta al centro della piccola piazza non suonavano, benché fosse stato mezzogiorno in punto.


Oggi tornava in quel suo paese dopo aver girato per il mondo, il suo di mondo, incontrato tanta gente, tutta diversa secondo lui, ma soprattutto dopo aver giurato che lì non ci avrebbe mai più messo piede.


Ma le cose cambiano. I pensieri scorrono. Alcuni progetti si realizzano, altri proprio non ne vogliono sapere. E così con un pizzico di rammarico e con una grossa paura di non ritrovare nessuno, si affrettava a varcare a piedi quell'insegna, come sempre sbiadita, che indicava il nome di quella località. Il nome di un luogo che l'aveva visto crescere e poi improvvisamente sparire.


Sudava. Era una giornata calda. Era una giornata tesa. Pochi passi ancora e dietro l'angolo che dava sulla via per tornare in quella casa che una volta era stata sua, un signore in bicicletta gli sbarrò la strada. Gli sguardi s'incrociarono. Non riusciva a metterlo a fuoco. Certamente lo conosceva, tutti in quel posto si conoscevano. Si erano sempre conosciuti.


Pochi istanti di studio e poi il tizio gettò a terra quelle due ruote. Aprì le braccia, come fa un bimbo quando deve dichiarare il suo amore alla madre, dopodiché sorrise. Continuava a sorridere finché dalla bocca oltre alle risate uscirono anche delle parole - "Bentornato vecchio amico mio".


In quel preciso istante capì che il suo viaggio era definitivamente giunto a conclusione.



martedì 6 marzo 2012

Lacrime di pioggia

Stanco delle solite parole decise di prendersi una pausa. Scattò nervosamente dalla sedia e iniziò a passeggiare per la stanza. Solo quando arrivò davanti alla finestra, si accorse che fuori pioveva. Appoggiò la fronte al vetro come per guardare meglio fuori. Anche se da vedere c'era ben poco. Un grosso palazzo dal colore ingrigito. Proprio come lo era il cielo quel giorno. Proprio come lo era il suo umore da un po' di tempo. Troppo tempo.


Il suo respirò inizio ad appannare la vetrata. Come un impulso primordiale con l'indice destro iniziò a strisciarci sopra. Prima una riga. Poi un cerchio. Dopodiché inizio ad aggiungere altri particolari. Un sole dai lunghi raggi. Una casa ad una dimensione, con il fumo che usciva dal camino del tetto. Una lunga strada costeggiata da alberi. 


Mentre le gocce che si adagiavano sul vetro per poi scendere animavano il disegno, lui iniziò a fissare quel che aveva appena fatto. Più lo guardava però più vedeva il suo viso riflesso. Ora poteva pure notare come la sua espressione stridesse con la gioia che strappava quello schizzo. Sentì una goccia scendergli dal viso. Dal movimento irregolare sarebbe potuta essere la pioggia che c'era fuori. Ma non lo era.


Con uno gesto deciso prima si asciugò la faccia e poi con l'intero palmo della mano cancellò  quanto aveva fatto su quel vetro. Come per voler rimuovere un ricordo fastidioso. Come per non voler rispondere del perché si trovasse lì. Ma oramai era tardi. La verità aveva preso il sopravvento sulla realtà. Quella realtà che si era ben costruito fino a quel momento.


In velocità s'infilò il cappotto. Guardò quell'ufficio con la precisione di uno scanner, dopodiché se ne uscì sbattendo la porta. Sarebbe stata l'ultima volta che quelle mura l'avrebbero ospitato.


Photo Credits

mercoledì 18 gennaio 2012

Storia di una band

Lui chitarra e voce. Ha una buona timbrica. Ha una bella faccia. Poi ogni tanto scende giù tra il pubblico. Va a chiedere un po' di moneta. Dice che prende soldi come una fontana (cit. F.C.). Ben venga. Se non fosse per quei ricci che gli cadono sugli occhi sarebbe perfetto. Ma sul palco spacca e va bene così.


L'altro è alle tastiere. Alterna le dita sui tasti come se facesse un esercizio fisico. Sarà per questo che dice di avere sempre caldo. Sarà pure per qualche bicchiere di troppo che rimane vuoto. Suona con la creatività di un fuoriclasse. Non so nemmeno se conosce le note. Per nome almeno sì. Ma quello che fa uscire dalla sua tastiera Korg è un fantastico delirio sonoro. Ogni tanto si cimenta anche con la videocamera. Dice che vuole fare il video delle nostre canzoni. Per il momento sono tutti b-movies, nel senso che sono tutte riprese da dietro. In senso figurativo.


Ci sono pure io. Sono quello dietro alla batteria. Non sono una roccia, ma tengo bene il tempo. Alcune volte accelero, altre sono più slow. Dipende da cosa ho in testa e ultimamente sono sempre grandi sogni. Scrivo anche i testi dei brani. Belli? Non so, ci chiedono solo cover. E cover sia. Ogni tanto però modifico qualche parola. Così per metterci qualcosa di mio. 


Siamo un trio. Il numero perfetto per sfondare dicono. Per il momento al di là di qualche locale sfasciato, non abbiamo fatto. Siamo una band underground. Abbiamo in mente un tour prossimamente alle fermate della verde, per chi è di Milano. 


Mi dicono che alcuni giornali parlano già di noi. Sono riviste specializzate. Molto specializzate. La notorietà comunque arriverà presto. Se non dovesse arrivare nessun problema. Continueremo a suonare. 


A noi ci piace così.

martedì 13 dicembre 2011

Oltre

Arrivava da un piccolo paese a nord della capitale Chisinau. Duemila abitanti circa. Aveva un regolare permesso di soggiorno. Era la prima volta che metteva piede su quell'isola. Stava terminando la sua prima giornata di lavoro. Doveva badare a Marina, un'anziana signora da anni costretta a stare in carrozzella. Era stata proprio costei a volerle fare un regalo.


Le disse che voleva essere accompagnata sulla riva all'ora del tramonto. La moldava la cui età non era facilmente definibile (certamente era molto più giovane di quanto potesse apparire), accolse con entusiasmo la richiesta, dopo una giornata di prigionia davanti ad un televisore dove la signora Marina commentava tutto ciò che vedeva.


Ma l'immagine che le si presentò agli occhi non aveva nulla a che vedere con la finzione vista fino a quel momento. Era stordita di fronte a tanta bellezza. L'acqua della laguna si univa con il cielo sovrastante. I colori presenti a fatica si potevano distinguere uno dall'altro. Sembrava un esperimento di qualche pittore espressionista. A sottofondo di tutto ciò, solo il suono della natura. 


A stento riuscì a trattenere delle lacrime. Mentre tutto ciò accadeva, Marina guardava questo spettacolo attraverso gli occhi della giovane. Dopo una pausa dove non si erano espresse parole, l'anziana signora, schiarendosi la voce prima, disse: "Sono felice. Ero stanca che i miei figli mi mandassero persone avare. Finora le avevo cacciate tutte. Si divertivano di più a stare con me davanti a quel televisore. Ridevano. Mi chiedevano informazioni. Mai nessuna aveva avuto una reazione così spontanea davanti ad un tramonto. Ci divertiremo insieme. Alla faccia di tutti coloro che mi vorrebbero già morta, almeno nell'anima".


Dopodiché si allontanarono lentamente. Non prima di essersi girate entrambe, un'ultima volta, ad ammirare la vita.

mercoledì 7 settembre 2011

VENEZIA68 - PER PLEASE!


Racconto semi-serio su un traduttore ansiogeno


Premessa non ci sono critiche. L’unica eventuale possibile potrebbe essere rivolta al sottoscritto che dovrebbe aver una conoscenza dell’inglese tale da non ricorrere al traduttore. Però…

Più i minuti passano più le parole scandite assumono scarsa importanza. Ormai l’udito si è stabilizzato su un’altra frequenza. Un suono. Strano. Misterioso. Di difficile interpretazione.

Se fosse la conferenza stampa di un film horror sicuramente sarebbe riconducibile a qualche effetto sonoro presente nel film. Considerando che si tratta di una commedia americana, l’ipotesi scema immediatamente.

Un misto tra risata satanica e sospiro malefico comunque continuo ad avvertire nelle cuffie. Tolgo e metto. Metto e tolgo, nella speranza che sia un disturbo del cavo di collegamento. Niente da fare. Persiste. Non solo, si amplifica.

E’ ansia. Prima in colei che parla, poi in me che ascolto. Rivolgo lo sguardo all’indietro, cercando di vedere attraverso il vetro fumé, l’operatrice che sta parlando. Ne intravedo appena i lineamenti del viso. E’ lei che a sua insaputa o meno sta divulgando terrore tra la folta schiera di giornalisti non anglofoni.

Quel suo ansimo scadenzato in modalità risucchio è devastante. Per please qualcuno può gentilmente avvertire la signora di quanto sta accadendo in sala?"

lunedì 11 luglio 2011

Torno subito

Non vi è mai capitato di aver voglia di assentarvi da voi stessi?


Mettiamo il caso che vi siate da poco svegliati. Non lo siete ancora completamente, ma il lavoro vi reclama. Mentre fate il vostro viaggio di trasferimento verso l'ufficio, sul treno nel posto a fianco al vostro c'è un conoscente, nemmeno un amico, che vi inizia a raccontare tutto il suo week end (perché c'è sempre qualcuno che ha qualcosa da raccontarvi di prima mattina). Ecco questo è uno di quei casi dove vorreste mettere il cartello torno subito ed elegantemente defilarvi.


Ma non è l'unica situazione. Facciamo pure un altro ipotetico esempio. Tramonto in riva al mare con la/il vostra/o amata/o. Arriva un altro conoscente che non si pone minimamente il problema di interrompere un piacevole momento ed inizia a parlare. Magari questo conoscente è pure dotato di un'ottima favella e continua a parlare. Parla così tanto che il tramonto è già passato. Anche qui il cartello torno subito non sarebbe male.


Naturalmente ci sono pure i casi telefonici. Un terzo conoscente vi chiama attorno all'ora di cena. Alla sua iniziale domanda su un eventuale disturbo, voi avete cortesemente risposto che vi stavate sedendo a tavola, ma se comunque la cosa è veloce date la vostra disponibilità. Bene la telefonata che doveva essere breve, ha circa una durata trai 35/40 minuti. Dopo quell'interminabile periodo vi ripresentate in cucina e lo sguardo della vostra compagna, magari proprio quella con la quale avevate cercato di condividere il tramonto, non è dei più congeniali. Anche in questa occasione forse sarebbe stato il caso di esporre il cartello torno subito.


Torno subito: quella momentanea assenza che ti può risollevare la giornata!

martedì 28 giugno 2011

Innocenti fotogrammi

Timidamente si era seduto sul bordo estremo della panchina. A fianco a sé, sulla sinistra, il caschetto della bicicletta che si era sfilato. Giocava con il polpastrelli delle dita. Almeno così voleva fare intendere, per nascondere il suo imbarazzo. Con lo sguardo invece la cercava, anche qui facendo finta di essere interessato a tutt'altra cosa. Per questo motivo ogni tanto girava la testa nella direzione dei genitori. Per vedere se lo guardavano. Per capire se lo avevano scoperto.


Lei era lì invece con il suo sorriso e con quel suo idioma tipico del nord Europa con il quale si rivolgeva all'amica. Svedese o danese sembravano le origini, ipotesi rafforzata dal biondo dei capelli e dal bianco della carnagione. Comunque sia, sicuramente lei l'aveva notato. Forse per questo coinvolgeva l'amica in un gioco che prevedeva una corsa verso di lui. Gli si avvicinava velocemente e tanto più velocemente se ne allontanava.


Lui cercava coraggio, ma quella sera certamente non ne aveva fatto scorta. Ad un certo punto accennò anche ad un saluto con la mano. In maniera precisa. Con il palmo ben aperto e l'oscillazione a destra e sinistra del relativo avambraccio. Questo però solo per pochi secondi. Tempo sufficiente per sentirsi ancor più a disagio, ma non abbastanza per trasmettere questo messaggio a lei.


Dopo poco lei se ne andò, richiamata dai genitori che avevano deciso di continuare la loro passeggiata. Lui con un piccolo balzo, catapultò le sue gambe fino ad allora penzolanti a prendere contatto con il terreno. Andò dalla madre e le fece cenno che era stanco. Effettivamente per la sua età si era fatto tardi. Prima di ripartire con la bicicletta a mano, rivolse un'ultima occhiata dietro di sé. Chiuse per un istante le palpebre, come per mettere a fuoco, per capire se tutto ciò era veramente accaduto. Dopodiché fece un grosso respiro.


Giunto a casa sprofondò nel sonno. Avrebbe avuto tutta la notte per ripensarla. Un'intera vita per sognarla.

martedì 15 marzo 2011

Lacrime e sudore

Era lì in ginocchio. Il busto era sostenuto dalle mani che al terreno cercavano di aggrapparsi. La testa penzolava verso il basso. Lacrime mescolate a sudore macchiavano la polvere sottostante. 


Il sole aveva raggiunto la sua massima altezza. L'ombra scompariva, soverchiata da un corpo ormai stremato. Aveva camminato per intere miglia senza mai incontrare nessuno. L'ultima volta che si era voltato aveva visto l'infinito. Immagine che aveva ritrovato, anche guardando davanti a sé.


Ignorava dove si trovasse. A mala pena ricordava dove sarebbe dovuto arrivare. Mentre era ancora vivo il sentimento  che lo aveva fatto partire. Stava inseguendo un amore. Quando se ne era andata le avevo promesso che a qualunque costo l'avrebbe raggiunta.


Tutti gli avevano detto che sarebbe stato impossibile. Poche e imprecise erano le indicazioni di dove si trovasse. Anche in lui i dubbi iniziavano ad insinuarsi. Forse era stata una pazzia partire. Forse avrebbe fatto meglio a dimenticarla.


Invece non diede retta alla ragione. Partì. 


Era forse questo l'epilogo di quel gesto dettato dal cuore?


Lacrime e sudore continuavano a scendere. Però quella che sembrava una macchia sulla strada sterrata, prendeva una forma. Quelle gocce intrise di disperazione andavano lentamente a disegnare il viso di lei. 


Dopo una prima sensazione di smarrimento, iniziò a rialzarsi. Fissò per alcuni istanti quell'immagine. Una risata quasi isterica interruppe il suo pianto. Un'energia incontrollabile ridiede forza ai suoi arti.


Anche l'orizzonte davanti a sé non era più spoglio. Ricominciò a camminare. Ricominciò a gioire. Ad ogni passo aumentava il suo amore. Niente e nessuno l'avrebbe più fermato. L'avrebbe riabbracciata. Questa volta per sempre.

mercoledì 2 marzo 2011

Mentre il vento soffia

Il vento soffiava con particolare intensità. I panni stesi si erano dispersi anche oltre il giardino. Le tapparelle sbattevano violentemente sugli infissi, innescando un ritmo sonoro sincopato. Gli alberi, da come muovevano i rami, sembravano essere animati. Il rumore delle folate era così forte da incutere paura.


In tutto questo movimento accelerato, lui era in casa nella più completa indifferenza. In piedi davanti alla finestra a guardare fuori. Più cercava di guardare cosa succedeva all'esterno, più si fissava sulla sua immagine riflessa nel vetro. 


La contrapposizione era evidente. Lui stanco. Immobile. In balia dei propri vecchi pensieri. Fuori una vera e propria rivoluzione. La staticità di un uomo e il dinamismo della natura. 


Si era arreso agli anni che avanzavano. Anzi, forse si era già arreso molto prima. L'elemento anagrafico era un giustificativo. Lo aveva utilizzato ancor prima che qualche ragazzino gli avesse dato del lei.


Aveva desiderato così tanto stare tranquillo, che il desiderio si era realizzato. Nei peggiori dei modi però. Togliendoli l'energia, ma lasciandogli i rimpianti. Ora che avrebbe potuto godere del suo riposo, si accorgeva che non era quello che voleva. 


Quello che voleva era passato, veloce come il vento che là fuori soffiava.


Ad un tratto scorse un uccello che nonostante le condizioni era nel cielo a volare. Battagliava con il vento. Lo raggirava. Ne faceva un suo prezioso alleato, sfruttandone la spinta. Mentre il vento soffiava, lui continuava a volare.


Incantato da questa visione prese il suo cappello verde. Indossò il cappotto che i nipoti gli avevano regalato al compleanno e con il bastone nella mano destra, si lasciò la porta di casa alle spalle. 


Era giunto il momento. Il momento di vivere veramente.

mercoledì 16 febbraio 2011

Ascoltando Sanremo - Parte prima

Veloce cena. Poche cose tanto per stare leggero. Non voglio dare colpa alla digestione qualora il sonno prendesse il sopravvento. Prole a letto. Moglie dimostrazione d'amore. Sul divano in religioso silenzio.


Scartata l'ipotesi radio. Il buon Markus aveva ragione. Troppi commenti, in più ci sono collegamenti con S. Siro per la Champions. Adotto la soluzione B. Spalle al televisore.


21.32 entra la prima cantante. E' Giusy Ferreri. Vedo la consorte rabbrividire, ancor prima che inizi a cantare. Strano il riscaldamento è acceso. Poi mi spiegherà che l'abito indossato dalla Ferreri sembrava una tela di Lucio Fontana. Comunque la canzone non è male. Anzi forse la migliore che abbia mai cantato. Abbandona la  Winehouse e adotto un suo stilo.


Entrano i secondi. Luca Barbarosa e Raquel De Rosario. Ammetto la mia ignoranza, ma non so chi sia lei. Comunque sia il duetto a Sanremo è una garanzia. E' pure orecchiabile. Di meglio non avrebbero potuto fare. 


E' il momento di Vecchioni. Peccato che sia cantata. Recitata sarebbe stato una bella poesia. 
Arriva la Tatangelo. Altro brivido da parte della mia amata. Il look ha colpito ancora. E' tempo di rock. Ma non è sufficiente un assolo di chitarra elettrica per fare una canzone rock. 


La Crus. Standing ovation. Mi emoziona. In alcuni passaggi sento Tenco. Non vincerà mai. Meglio così. Bellissimo brano. Che ritorno.


C'erano una volta gli 883. Poi Max Pezzali. Ora...
Peccato, mi è simpatico, però parafrasando il titolo del suo brano, preferivo il suo primo tempo. 


Tocca a Davide Van de Sfroos. Faccio fatica pure a pronunciarlo. Spero di averlo scritto correttamente. A me piace molto il genere folk. Ma questa non l'ho capita e non  perché è in dialetto laghee.


Arriva Anna Oxa. Vedo mia moglie pensierosa. Chissà. La Oxa me la sono persa. Musicalmente me la sono persa già da un po'. Dopo di lei Tricarico. Mi sembra di cogliere una filastrocca. Forse una fiaba. Ma essendo un racconto serve una timbrica particolare. Qui non c'è.


Fanno la loro entrata in scena i favoriti. Modà con Emma di Amici. Titolo del brano "Arriverà". A me non è arrivata. Ma è un pezzo furbo. Sbraitato meno sarebbe stato meglio.


Atterrano Luca Madonia con Franco Battiato e "L'alieno", il loro brano. Rimpiango Finardi con il suo Extraterrestre. Mi dispiace maestro.


Con l'arrivo di Patty Bravo un risveglio. Quello di mia moglie dal divano. Si mette le mani nei capelli. Io sulle orecchie. Dicono che la storia non si possa toccare. Forse però bisognerebbe lasciarla stare.


Siamo quasi al termine. Purtroppo solo quasi. Da X-Factor arriva Nathalie con "Vivo Sospesa". Voto sospeso da parte mia. Mi aspettavo qualcosa di più.


Sono quasi due ore di trasmissione. La stanchezza si fa sentire. Nemmeno la moda sostiene più mia moglie. Andata. La copro con una coperta. C'è l'ultimo cantante. E' Albano. Nulla da dichiarare.


E' finita. Ho quasi voglio di gridarlo. Mi ferma solo il respiro addormentato della mia lei. Quanto mi vuole bene per avere sopportato tutto ciò. 


Domani si ripete.
Domani si ripete?

mercoledì 19 gennaio 2011

Colour Story

Una tela li aveva separati. Il giallo sulla destra. Leggermente inclinato verso il dipinto. Quasi a volerlo toccare. Quasi a volerne farne parte. Il rosso sulla sinistra. Perpendicolare al bordo del tavolo. Allineato ad una tazzina da caffè, rimasta ad assistere dopo essere stata svuotata.


Erano rimasti soli. L'opera ormai si avviava alla conclusione. Le speranze di diventarne protagonisti si riducevano. 
Si erano guardati per l'intero giorno. Più rimanevano inutilizzati più in loro cresceva un sentimento. Un sentimento quasi nascosto. Timidezza e rispetto li allontanava. Vitalità e gioia di vivere li accomunava.


Era talmente intensa quella attesa che quasi speravano che il dipinto non trovasse fine. Che l'opera continuasse mantenendoli così intensamente lontani, ma mai come ad oggi così vicini. Non capivano più se era meglio che tutto si concludesse lì, in quel preciso istante, oppure se il proseguo fosse stato ancor più bello.


Mentre i pensieri fluttuavano, l'artista (o il destino) decise per loro. Vennero simultaneamente presi in mano.  Seppur ancora separati essendo su due mani diverse, la loro distanza si era ridotta. Guardando dall'alto il dipinto, potevano ammirarne le fattezze e capire cosa mancasse. Cosa l'artista si aspettasse da loro.


La parte superiore della tela era incompleta. Mancava la colorazione di un infinito cielo. 
Delicatamente l'artista li adagiò insieme in quello spazio ancor bianco. La passione soffocata per tutto quel tempo trovò la sua consacrazione. Uno dei più bei tramonti stava per prendere vita. Il loro sogno trovava coronamento. E lo trovava nel migliore dei modi. Ne era testimone l'arancione che brillava in quel cielo ricolmo d'amor.

giovedì 13 gennaio 2011

Se lo fai a Capodanno...

La serata era iniziata nei migliori dei modi. Scendendo dall'auto uno strappo longitudinale sulla parte posteriore del pantalone. Su per giù tre centimetri. Irrilevante in altre situazioni, ma non per quella. Sembrava animato il cupido dorato stampato sui boxer rigorosamente rossi.


Entrato nella casa degli amici un'amara constatazione. Nella stanza adiacente al soggiorno una miriade di bambini. Alcuni si azzuffavano, altri giocavano, molti piangevano. Nel salone delle feste un numero imprecisato, ma pari, di persone. Tutte rigorosamente coppie. 


Saltati i convenevoli, ma non i brindisi, giungeva il momento della cena. Considerato il digiuno forzato a causa del viaggio/odissea per giungere fino lì, l'appetito non mancava. Un'unica cosa non era stata calcolata. La sua allergia ai crostacei. Per non incorrere in un irrefrenabile prurito, gli spaghetti all'astice non trovarono sosta nel suo piatto. Mentre ogni tipologia di pane e derivati vennero divorati. La masticazione veniva solo interrotta da altri brindisi.


Per (s)fortuna era arrivato il momento del secondo. Ostriche limone e pepe. Ancora vivi i ricordi dell'ultima intossicazione, anche questo piatto veniva tristemente declinato. Altro giro di pane. Altri brindisi con prosecco soppiantato da champagne.


Tutto questo tra trombette fischiate nelle orecchie. Palloncini lanciati in testa. Litigi dei bambini. Sfoghi di frustrazione dal lato destro del tavolo, interamente al femminile e ancora brindisi da quello sinistro, la componente maschile.


Ingoiati tre fette di pandoro e due di panettone, mancava mezz'ora alla fatidica ora. Don Pérignon esaurito. Si ritornava in patria per accompagnare il dolce. Le bollicine comunque non mancavano. Nemmeno quelle che iniziavano ad annebbiare la vista.


Giungeva il countdown. A venti secondi dallo scadere subentrava il sospetto per qualche difficoltà nell'apertura della sua bottiglia. A dieci con il sudore alla fronte e le mani scivolose diventava una certezza. Alle 0.00 una realtà. Mentre procedevano gli scambi di baci tra i presenti e i botti all'esterno facevano tremare le finestre (e scendere le ultime lacrime rimaste ai bambini), lui rimaneva appartato con la sua bottiglia rigorosamente chiusa. 


Solo un tremendo attacco intestinale gli impedì di piangere. Sconsolato si guardò allo specchio presente in bagno. Per fortuna domani sarebbe stato un nuovo giorno. Anzi un nuovo anno.


Prosit.

martedì 14 dicembre 2010

Il panchinaro

Anche per oggi avrebbe solo assistito.
Mancavano pochi minuti al novantesimo. Poi tutti negli spogliatoi.


Non vedeva l'ora.
Il freddo aveva preso il sopravvento sulle speranze. Già da tempo sul suo corpo.
Un intero match seduto. Le braccia avvinghiate alle gambe. Lo sguardo a seguire quella palla, da altri calciata.


Oramai nulla poteva aiutare. 
Il piumino con la scritta sbiadita della carrozzeria sotto casa, non era sufficiente a scaldare il suo cuore. La vicinanza dei compagni  in panchina, non era sufficiente a scaldare la sua anima.


Sconforto e amarezza.
Ripensava ai sacrifici fatti. Agli allenamenti sostenuti. Agli amici lasciati. Agli amori abbandonati. Tutto questo per cosa?


Poi all'improvviso un sussulto. Un cenno dell'allenatore. Un indice puntato su di lui. Era arrivato il momento della standing ovation per il capitano. Il cronometro segnava l'87esimo. Il numero dieci lasciava lentamente il campo tra gli applausi e le ovazioni dei tifosi. E lui mestamente si sfilava la tuta per fare il suo ingresso da pochi osservato.


Lo stato d'animo cambiò. C'era un conflitto in atto. Alla fine la passione e il senso del dovere avevano prevalso sulla rabbia e la tensione. Anche se per pochi istanti, anche se non avesse avuto la possibilità di toccare nessun pallone, decise di non essere solo una comparsa.


Dall'ala sinistra partì un cross al centro. La maglia difensiva degli avversari si era allentata. Il pallone lo stava perfettamente raggiungendo. Stoppò la palla di petto. Aggirò il centrale di turno. Si passò la palla sul piede sinistro e guardando il portiere scagliò il pallone all'incrocio dei pali. Là dove nessuno avrebbe potuto prenderlo. Là dove la rete si gonfiava dal contraccolpo. Là dove il cuore ritornava a pulsare e si poteva tornare a sognare.

lunedì 13 dicembre 2010

E' solo l'inizio

L'eco di una televisione accesa. 
Dialoghi surreali di bambini che giocano.
Il posare il primo piede giù dal letto.


Un bacio ad occhi chiusi.
Un saluto ad occhi socchiusi.
Un paio di carezze ad occhi aperti.


Il roteare dello spremiagrumi.
Il rumore della moka.
Un altro latte da scaldare.


Il contatto con il mondo esterno. 
Le campane che suonano a festa.
Gli strilli dei quotidiani davanti alle edicole.


Il freddo di un viso scoperto.
Il tepore di un vestiario.
Il calore di due mani che si stringono.


Persone che entrano in chiesa.
Persone che passano davanti alla chiesa.
Persone che cercano una Chiesa.


C'è chi si ferma per un aperitivo.
C'è chi distribuisce volantini.
C'è chi chiede la carità.


Vie che si popolano.
Sguardi che s'incontrano.
Pensieri che sfuggono.


Passi di una nuova giornata.
Momenti di un'altra domenica.
Avvistamenti di una recente vita.


E' solo l'inizio.

martedì 9 novembre 2010

Nel sogno

Alcuni ridevano come dei bambini. Non si vergognavano di apparire tali. Altri s'innamoravano. Non gli interessava quanto sarebbe durato.

Dei giovani cantavano. Dicevano che era la loro passione. Dicevano pure che li pagavano per questo. Degli altri studiavano. Anche loro parlavano di passione. Anche loro venivano pagati per far ciò. Sul tavolo però non c'erano soldi. C'era da mangiare e pure da bere. Era questo il denaro. Qualora fossero stati stanchi avevano pure da riposare.

Poco più in là, vicino ad una fonte un gruppo di anziani. Era un gruppo cospicuo, ma erano molti di più i ragazzi che erano con loro. Le parole degli anziani venivano ascoltate dai ragazzi. Pure le parole dei ragazzi venivano ascoltate dagli anziani.

Un profumo di gelsomino anticipò l'arrivo di un altro gruppo. Erano tutte donne. Tra loro nonne, mamme e bambine. Dicevano di essere libere. Libere di sentirsi donne. Libere di essere donne. Potevano lavorare, studiare, accudire una famiglia, dirigere un'azienda, amare e essere amate.

Poi arrivarono tanti bambini. Di nazionalità diverse. Di lingue diverse. Tra loro si capivano. Giocavano, saltavano, correvano, bisticciavano e tornavano a giocare. Erano bambini. Si comportavano da bambini. 

Non capivo il perché di tanta codesta felicità. Anche una banda arrivò. Dicevano che arrivava ogni giorno per festeggiare. Un ragazzo mi portò un bicchiere per brindare - "ma cosa si festeggia?" chiesi incuriosito. Sorpreso da tal richiesta, ma premuroso di poter aiutarmi, il giovane iniziò ad indicarmi ad uno ad uno tutte le persone che ci circondavano. Silenziosamente. Giunta all'ultima persona visibile ai nostri occhi, indicando me esclamò: "Alla vita. Brindiamo alla vita. Ogni giorno è un nuovo giorno di vita, per ognuno di noi".

"Mi sembra di sognare", replicai.
Delicatamente mi prese la mano, dopodiché mi disse: "la smetta di sognare... si svegli, ed inizi a vivere!".


giovedì 16 settembre 2010

Il bidello

Si chiamava Dario. Non era tanto più alto di noi. Capelli neri con qualche ciuffo grigio. Per me era già vecchio, anche se avrà avuto su per giù la mia attuale età.

Portava un grembiule lungo blu. Solo i due bottoni centrali erano abbottonati. Lo si trovava spesso con una scopa in mano. Una di quelle di paglia. Quelle che si fanno un po' fatica a vedere in giro oggi.

Era sorridente, ma non sempre. Era allegro, ma non sempre. La presenza degli insegnanti lo modificava. Diventava più serio, più distaccato con noi, quando c'erano loro. Per noi rappresentava proprio una linea di confine. L'autorità da un lato, la complicità dall'altro. Bastava poco per far pendere l'ago della bilancia. Una richiesta impartita da un docente. La convivialità della merenda di metà mattina.

Proprio la merenda, era il momento di massima vicinanza a noi. Con lista in una mano e panini dall'altra, dispensava prontamente quanto richiesto da noi al bar fuori dalla scuola.

Ma non solo. La campanella dell'uscita suonata in anticipo nella giornata del sabato. Le parole consolatorie con chi veniva messo alla porta. Uno sguardo che stemperava la tensione prima di un compito in classe.

Dario il bidello era una certezza. Una presenza discreta, ma rassicurante. Una ruolo secondario, ma fondamentale. Dario era uno di noi.


mercoledì 1 settembre 2010

Appunti disordinati di una vacanza - Parte terza

Il cielo sopra Sabaudia - Photo by Chiara B. (3 anni, dopo aver rubato la macchina fotografica al sottoscritto e averla puntata verso l'alto)

Vai alla seconda parte


La volontà di raggiungere degli amici, ci porta in quel Agro Pontino descritto nei testi storici per le bonifiche mussoliniane. Direzione Terracina, destinazione Sabaudia.

Le aspettative create dai racconti di questi nostri amici, che ne hanno fatto una loro dimora estiva e forse anche un loro stile di vita, sono pienamente confermate. L’agriturismo che ci ospita è un tuffo nella natura. Le spiagge che ci accolgono un’immersione nel selvaggio. Dune di sabbia, ventilazione greca e onde californiane. Porto ancora i segni della tavoletta da bambini usata a modo di tavola da surf, per cavalcare un mare agitato, ma stimolante. Mi dicono che non è sempre così, ma poco importa. Ciò che m’interessa è che lo sia nei giorni di mia presenza.

Naturalmente anche qui il cibo ha la sua buona parte. Oltre alla lauta cena dove soggiornavamo che ci era stata assicurata una garanzia, si sono presentate soluzioni alternative alquanto interessanti. Come il take-away del pesce fresco, la fragrante pizza nel sottoscala di un garage, la bomba di una nota pasticceria della zona, ma in particolar modo quello che potrebbe diventare il business della prossima estate, il frisella party in spiaggia, con friselle autoprodotte artigianalmente dai nostri compagni di viaggio e amabilmente dispensate ai partecipanti alla funzione.

Quindi tre tappe, tre situazioni diverse, tante storie diverse, tutte accomunate però da un piacevole mangiare che ha scandito inequivocabilmente il nostro trascorrere una vacanza o per meglio dire un viaggio tra le persone. Ritornati a casa dopo quasi tre settimane, non rimane altro che pianificare il prossimo itinerario, intanto mi appresto a gustarmi questa colazione che seppur poco tipica, mi permette di riprendere coscienza con me stesso e il mondo che mi circonda.

lunedì 30 agosto 2010

Appunti disordinati di una vacanza - Parte prima

Civita di Bagnoregio (VT) - Agosto 2010

Ad un mese esatto dall'ultimo post, eccoci rientrati alla base. Con la rilassatezza derivante da una fantastica vacanza e con i ricordi di viaggio ancora ben caldi, iniziamo la settimana con un sintetico riepilogo di cosa mi è accaduto in questo on the road per l'Italia.
Bentornati!



L’autostrada sembrava un canale. Certo per chi parte dalla laguna non dovrebbe essere un problema. Un conto però è navigare sull’acqua con un battello, un altro è guidare sul bagnato all’altezza della CISA. Per fortuna quella sarebbe stata l’unica pioggia che avremmo visto durante le vacanze.

Già dopo quattrocento chilometri, nell’imminenza della prima tappa prevista prima di scivolare ancora più a sud, un arcobaleno sorvolava le nostre teste e l’insegna dell’uscita per Orvieto.

Anche le soste intermedie devono essere ben programmate. E’ vero che saremmo rimasti solo un paio di giorni, però in un viaggio dove il valore aggiunto è dato dalle scoperte (persone, luoghi, incontri e sensazioni), anche la fermata in un bar per un caffé può riservare delle sorprese.

Qui la sorpresa è stata la magia di un borgo. Civita di Bagnoregio è il suo nome. Terra e cielo la sua dimensione.

Tranquillamente potrebbe essere la rappresentazione di un luogo descritto da Italo Calvino. Accessibile solo a piedi, dopo aver lasciato l’auto nel parcheggio sottostante, occorre attraversare un ponte sospeso nell’aria per accedervi. Già da questo camminata si capisce che si sta per avvicinare in un mondo nuovo.

Interamente costruito sul tufo e con nove residenti dichiarati (d’inverno sono anche meno), Civita di Bagnoregio permette di riappropriarsi del passato, della memoria di un luogo che forse realmente oggi non esiste più, ma che trasuda di storie vissute. E’ talmente irreale che sembra quasi un set cinematografico, che per taluni aspetti è vero, visto che è stato usato da diversi registi come scenografia ideale per immortalare sulla pellicola dei racconti.

Ma c’è un altro elemento di selezione delle soste. E’ la cucina. Infatti già in questa prima tappa possiamo gustare piatti tipici di un’antica terra come quella della Tuscia. Sapori, gusti, prelibatezze, ma naturalmente calorie, che al termine di questo on the road per l’Italia si accumuleranno in un quantitativo cospicuo. Ma questo poco importa c’è tempo per i buoni propositi settembrini di una sana attività fisica. Propositi che naturalmente rimarranno solo come tali.


lunedì 5 luglio 2010

Una domenica al mare

35° gradi indicava il neon appeso all'entrata della farmacia.
Quelli percepiti non erano pervenuti. Mentre erano sicuramente di più di quelli che può contenere un normale termometro, quelli che sentivo diffondersi per tutto il corpo partendo dalla fronte.

L'arrivo in spiaggia non aiuta. Sono solo le dieci, ma la sabbia ha già raggiunto un calore degno del miglior forno con cottura ventilata.
Il cielo per non dare adito a futili invidie è dello stesso colore della sabbia.

Conto sul mare per ricevere un minimo di sollievo.
Dopo aver immerso i piedi nell'acqua a disposizione in un secchio lì vicino, mi preparo all'attraversata di quel pezzo di spiaggia che divide me dall'agognata salvezza.
Sono 100 metri. La rincorsa è notevole, ma non sufficiente. Nemmeno Giucas Casella nella sua famosa camminata sui carboni ardenti aveva osato tanto.

Mi getto in mare con la veemenza di un nuotatore olimpionico. Pocoa importa se a mala pena galleggio. Ormai sono in pieno trans agonistico.
Immerso l'intero corpo in acqua mi sovviene il dubbio di avere sbagliato direzione. La sensazione è quella di essere finito nella mensa della spiaggia, all'interno di un caldo e fumante brodo vegetale. Le alghe ci sono, basterebbero loro a confermarmi questo, se non fosse che trovo pure una busta del supermercato e un contenitore vuoto di Actimel. Mi ripeto "tutto fa brodo".

Per fortuna una pallonata lanciatami ad altezza della guancia destra mi sveglia. Sì per un attimo mi fa capire dove sono e ancora una volta la realtà supera la fantasia.

"Rinfrancato" dal bagno, con il viso deforme e le piante dei piedi pulsanti dal dolore, mi appresto a risalire verso il mio accampamento in spiaggia. Ad attendermi ci saranno miei figli armati di sana pianta di paletta e secchiello, palloni, frisbee e bocce.

La domenica al mare deve ancora iniziare.