Visualizzazione post con etichetta basket. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta basket. Mostra tutti i post

lunedì 5 marzo 2012

Chi è Michael Jordan?

Forse era più semplice rispondere ad uno dei tanti "perché?". Quando il piccolo pose l'interrogativo su Michael Jordan, non fu facile rispondere per il padre. Avrebbe potuto liquidare la faccenda scandendo il termine supereroe, ma sarebbe stata una bugia. Quelli sono fumetti, lui era reale. Certo pure Michael vola, ma non aveva bisogno di ali, mantelli o artifici vari. Aveva pure un costume, ma era una semplice canotta e un pantaloncino. Sul petto nessuna "S", solo un vistoso numero preceduto dalla scritta BULLS.


Non poteva nemmeno dire al figlio però che era un giocatore di basket. Anche questo sarebbe stato riduttivo. Sì è vero palleggiava su un parquet e tirava a canestro, ma non solo. Era un inventore. Soluzioni in campo prima di allora mai sperimentate. Era un danzatore. Coreografie straordinarie su un rettangolo di gioco. Era un illusionista. Magie sportive date da gesti inimitabili.


Un fuoriclasse ad un certo punto gli stava per uscire dalla bocca, ma non ancora soddisfatto soffocò anche questa parola. Per uscire dall'imbarazzo di una risposta mancata, dopo aver inspirato profondamente impugnò con entrambe le mani quelle del figlio e disse: "una persona normale... solo che a differenza della maggior parte delle altre ha fatto una scoperta". Si fermò per qualche secondo e poi concluse: "... si è accorto di aver ricevuto un grande dono, così da quel giorno ha pensato di dispensare gioia a tutti coloro che lo avrebbero seguito".


E il bimbo ribatté: "ma anch'io riceverò quel dono un giorno?". Sorridendo e continuando a tenergli strette le mani il padre rispose: "tu quel dono lo hai già ricevuto... devi solo capire di cosa si tratta".


Sorridendo il figlio continuò a giocare con la sua macchinina facendola scorrere su quelle vecchie riviste di basket che il padre ancora gelosamente conservava. 




mercoledì 13 luglio 2011

Dai e vai

Dai miei ricordi da cestista (dalla grande passione, ma dal poco talento), ogni tanto riemerge il nome di un piccolo schema, un movimento di gioco, nominato "dai e vai". Da un punto di vista sportivo non era niente di che. Si passava la palla al compagno, per poi tagliare verso canestro. Ma mi è sempre piaciuto cosa stava dietro al nome di quella azione.


In un certo qual senso poi, ho cercato di applicarlo anche alla mia intera esistenza. Quel senso del dare incondizionato. Dare agli altri per poi andare, proseguire il proprio percorso. Non è mai stato fondamentale se poi era il compagno di vita, l'amico di turno a segnare. Ciò che importava invece era fare al meglio ciò che si era in grado di fare. Mettere nelle condizioni se stessi e gli altri affinché da un'azione corale si ottenesse il risultato migliore.


Questa del "dai e vai" è una metafora che ho portato avanti negli ambiti più diversi. Nel lavoro, inteso come gruppo di lavoro, team nel quale ognuno può/deve dimostrare il proprio talento. Nei rapporti sociali dove ognuno fa parte di qualcosa di più grande e dove vige il rispetto dell'individuo, ma allo stesso tempo la consapevolezza del gruppo.


Forse di canestri non ne ho segnati molti in passato. Anche perché il mio tiro era alquanto scadente, però su una cosa credo di aver fatto modificare il mio referto di gioco. Lo spirito di squadra. L'uomo spogliatoio. Colui che faceva diminuire la tensione del match, ricordando che si trattava pur sempre di un gioco, senza per questo inficiare l'agonismo che doveva essere presente.


Sempre e comunque in un'ottica di "dai e vai".


E ora time out. Mi prendo un caffè.

mercoledì 15 giugno 2011

L'emozione dei playoff

Sono passati pochi minuti dal termine del match. Ho ancora alti i livelli di adrenalina e l'emozione del tempo supplementare da smaltire.


Niente paura non vi tedierò con la cronaca di una partita. Però un incontro come quello appena assistito, riappacifica in generale con lo sport. Il merito di tutto ciò è dei giocatori in campo. Di quelli in panchina. Dei coach e perché no del pubblico.


Le squadre che hanno animato questa sfida sono la Junior Casale da una parte e la Reyer Venezia dall'altra. Lo sport in questione è il basket. La finale giocata è quella relativa alla Legadue Basket. Finale playoff per accedere la prossima stagione al campionato di massima serie.


Per la cronaca questa gara 2, giocata a Casale Monferrato, è stata vinta dalla Reyer 90 a 85 dopo un overtime. Ma ciò che più conta è l'agonismo perfettamente abbinato alla sportività messe in campo dalle due contendenti.


Pensare che una sola delle due potrà innalzare al cielo il trofeo fa specie. Comunque sia ciò che hanno dimostrato questa sera è uno spettacolo per gli amanti del basket, ma non solo. I gesti atletici susseguitesi in un tourbillon di colpi di scena, hanno fatto sì che anche chi fosse a digiuno di passi, tiri liberi, stoppate e time-out, potesse pienamente apprezzare ciò che stava accadendo su quel parquet.


Ad un certo punto sull'onda emotiva per ciò che stavo assistendo mi sono addirittura affiorati ricordi di quando da ragazzo giocavo anch'io con quella palla color mattone. Forse giocare è una parola grossa, diciamo che aiutavo a creare lo spirito di squadra in panchina e nello spogliatoio. E' un ruolo importante pure quello.


Intanto venerdì prossimo c'è gara 3. Non voglio immaginare l'atmosfera di festa che ci sarà al Taliercio di Mestre. Quasi quasi ci vado.


Gimme five.