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giovedì 26 aprile 2012

Così, per gioco.

Dovevano ancora capire dov'erano e cosa fare. Lo si poteva vedere dai loro movimenti. Lenti, soffocati e rigidi. Un chiaro segnale di quanto fossero intimiditi. Cosa tra l'altro più che comprensibile. Contesto completamente nuovo e nuove le centinaia di persone presenti.


Più trascorrevano i minuti però, più si attenuava la tensione, fino a sciogliersi completamente  nel momento di presa coscienza che erano lì alla fine per divertirsi. Il pallone non scivolava più dalle mani e il suo palleggiare sul parquet s'intonava con le risate che iniziavano a sentirsi.


Anche le divise degli avversari assumevano un significato diverso. Più semplice. Più puro. Diventavano solo macchie di colore che mescolandosi con quelle degli altri realizzavano un divertente quadro in movimento.


Entrate, tiri e rimbalzi si susseguivano. Emozioni, sorrisi e felicità si rincorrevano. Era una festa. Lo era sempre stata era solo cambiato l'atteggiamento. Solo al termine un pizzico di malinconia sopraggiunse, ma solo perché quella giornata era troppo in fretta terminata. Malinconia che comunque velocemente fece spazio alla bellezza di un ricordo che quei seicento bambini avevano vissuto per un torneo. Perché loro fortunatamente non si erano ancora dimenticati la gioia derivante dal giocare.

mercoledì 4 aprile 2012

Basta poco

L'appuntamento era per le 17. Già dal mattino, prima di entrare in classe, li si poteva assaporare l'entusiasmo. Era da una settimana che quell'incontro era stato concordato. Ognuno aveva già addosso la propria divisa. Gradazioni di colore così diverse che avrebbero reso difficile individuare due singole formazioni, ma questo non era importante per loro. Sarebbe bastato giocare. Tirare calci a quel pallone omologabile solo per un'età non superiore agli otto anni.


A venti minuti dall'ora del tè, le prime gocce scendevano da un cielo grigio. Alla stessa ora le stesse gocce sembravano lacrime sui visi delusi dei bambini. Erano lacrime alle parole di una madre che ingenuamente liquidava con un "giocherete un altro giorno" il disfatto meteorologico.


A questo punto la tristezza contagiava anche l'unico padre presente. Dopo una deglutizione di presa coraggio e una spannometrica conta dei partecipanti sentenziò: "Si va tutti a casa nostra!". A poco servirono gli sguardi sconcertati delle mamme, le grida dei bambini avevano soffocato ogni dubbio e ridata luce ad una giornata che poca ne aveva vista.


Spostati i divani, allontanate le sedie, eliminati i tavoli e il soggiorno era già diventato un perfetto campo da gioco di sedici metri quadri. Le camere da letto gli spogliatoi e all'orario prestabilito il fischio del giovane padre per l'occasione arbitro, dava inizio al match tra gli otto contendenti. 


Fuori continuava a piovere. In casa splendeva il sole.

lunedì 6 febbraio 2012

Confrontarsi con il nuovo


Eppur si trattava di un gioco, ma l'emozione della prima volta si manifestava ugualmente. Piccoli uomini pronti a cimentarsi in qualcosa di nuovo. Avrebbero fatto una partita. Degli avversari da sfidare, delle regole da rispettare e un tempo da osservare.


La giovane età permetteva loro di assaporare l'entusiasmo per un momento ricreativo. Ma c'era pure un po' in tutti quel latente imbarazzo per qualcosa di nuovo. La paura di sbagliare. La paura di essere giudicati. La paura nell'essere osservati.

Ad un certo punto però come impavidi soldatini la tensione presente si trasformò in gioia. Di fare. Di essere lì. Di provare una nuova esperienza. E' così che gli occhi iniziarono a brillare, i sorrisi si moltiplicarono e l'energia che scaturiva dai loro movimenti andava diffondendosi in maniera contagiosa.

La vitalità fu così potente da lasciar quasi increduli i grandi presenti. Con quel loro modo di fare, forse a loro insaputa, avevano dato una lezione a chi pensava di avere raggiunto l'equilibrio di una maturità ancorata alle abitudini. Invece furono proprio loro a far ricordare quanto potesse essere divertente confrontarsi con il nuovo.

Il tabellone finale diceva che avevano perso, ma gli unici sconfitti quel giorno furono quei pochi che non si erano accorti di quanto successo.

martedì 31 gennaio 2012

Tempi diversi di vita reale

Quanti di noi vorrebbero conoscere i pensieri degli altri? Alcune volte per necessità, altre solamente per curiosità. Le cosiddette parole non dette. Quelle che spesso hanno un valore anche superiore alle esplicitate. Capita con chi si conosce molto bene, ma non solo. Magari anche uno sguardo rubato incrociando una persona per strada. "Chissà dov'è effettivamente con la mente?", ci si chiede vedendola presente solo fisicamente.


Senza spingermi troppo in là, ieri mi è capitato di fare un esercizio. Un gioco. Novanta secondi. Il tempo di attesa che il semaforo per dei lavori in corso tornasse verde. In quel frangente mi sono appuntato quali fossero, a mio avviso, i pensieri delle persone in quel momento vicino a me. I passeggeri dell'auto dietro la mia. Una madre alla guida con tre bambini che fuoriuscivano dalle retrovie. L'anziano signore che passeggiava da solo sul marciapiede. Infine una giovane coppia di fidanzati.


Al di là di quello che ho scritto, la cosa straordinaria che mi è venuta naturale fare è stata l'utilizzo dei tempi verbali differenti. Nel descrivere i pensieri della madre ho utilizzato un condizionale abbinandolo ad un futuro. Per l'anziano signore un passato. Il passato remoto. Per i giovani come per incanto invece, il presente. I loro pensieri erano quello che in quel momento stavano vivendo. Un tenero, ma caloroso abbraccio.


Poi è giunto il verde e ho ripreso in mano i miei di pensieri. In che tempo? Beh provate a giocare voi ora.

giovedì 3 novembre 2011

Con la mano nell'aria

Forse tutti lo hanno fatto da bambini. In tanti lo fanno ancora da adulti. Quella mano che gioca nell'aria. Che compie acrobazie degne delle Frecce Tricolori. Che realizza le più svariate forme con la complicità della fantasia. Che rimbalza nell'aria come farebbe un surfista californiano.

Basta un po' di velocità e quella mano decolla nel cielo per poi planare e ridisegnare nuove traiettorie. Nuovi confini. Il braccio funge da unico legame con il terreno. Come lo è il filo per un aquilone. Nonostante ciò quella mano appare libera di esprimersi. Libera di andare. Libera di volare.

Normalmente non ha molto pubblico. Ha uno spettatore d'eccezione però. E' colui che ha deciso di regalarsi un momento di spensieratezza. Di gioia. Di voglia di creare. E' un gesto o meglio sono più gesti, tutti armoniosamente calibrati. In alcuni casi si vuole riprodurre qualcosa. Nella maggior parte nulla. Ed è proprio allora che si realizzano le forme più straordinarie.

La mano che volteggia nell'aria porta con sé  dei viaggiatori. Sono i pensieri. Quei pensieri che trovano lo spazio di descriversi in una porzione di cielo, ai nostri occhi, infinita.

Vola mano. Vola.

mercoledì 21 settembre 2011

Il gioco delle tre carte

Ad un certo punto della serata la sensazione era stata quella. Di trovarsi di fronte ad un gioco dove non era possibile vincere. O meglio si vinceva solo ed esclusivamente se lo decideva chi distribuiva le carte.


Tutto questo mentre mi facevo assalire dai dubbi. Dove il focus era sui problemi e le soluzioni apparivano un miraggio. L'idea c'era. Mancava il resto. Mancava la modalità per realizzarla. In che tempi. A che costi. Con quali strumenti e con quale ritorno.


Nello sconforto più totale, pronto a mollare e lasciar cadere nel cassetto dei rimpianti il progetto, ecco l'illuminazione. Perché non scambiare i ruoli? Perché non cambiare prospettiva di gioco? Perché invece di giocare non far giocare gli altri?


Ed ecco che man mano le carte passavano di mano, si andavano a delineare cose fino a quel momento ignorate. A fianco all'idea andavano a posizionarsi obiettivi, strategie, costi e tempi. Quello che fino a quel momento sembrava inavvicinabile, ora diventava raggiungibile.


Certo non era stato fatto ancora nulla. Però ora c'era una certezza. Si poteva vincere. Bastava giocarsi bene le proprie carte.

mercoledì 13 luglio 2011

Dai e vai

Dai miei ricordi da cestista (dalla grande passione, ma dal poco talento), ogni tanto riemerge il nome di un piccolo schema, un movimento di gioco, nominato "dai e vai". Da un punto di vista sportivo non era niente di che. Si passava la palla al compagno, per poi tagliare verso canestro. Ma mi è sempre piaciuto cosa stava dietro al nome di quella azione.


In un certo qual senso poi, ho cercato di applicarlo anche alla mia intera esistenza. Quel senso del dare incondizionato. Dare agli altri per poi andare, proseguire il proprio percorso. Non è mai stato fondamentale se poi era il compagno di vita, l'amico di turno a segnare. Ciò che importava invece era fare al meglio ciò che si era in grado di fare. Mettere nelle condizioni se stessi e gli altri affinché da un'azione corale si ottenesse il risultato migliore.


Questa del "dai e vai" è una metafora che ho portato avanti negli ambiti più diversi. Nel lavoro, inteso come gruppo di lavoro, team nel quale ognuno può/deve dimostrare il proprio talento. Nei rapporti sociali dove ognuno fa parte di qualcosa di più grande e dove vige il rispetto dell'individuo, ma allo stesso tempo la consapevolezza del gruppo.


Forse di canestri non ne ho segnati molti in passato. Anche perché il mio tiro era alquanto scadente, però su una cosa credo di aver fatto modificare il mio referto di gioco. Lo spirito di squadra. L'uomo spogliatoio. Colui che faceva diminuire la tensione del match, ricordando che si trattava pur sempre di un gioco, senza per questo inficiare l'agonismo che doveva essere presente.


Sempre e comunque in un'ottica di "dai e vai".


E ora time out. Mi prendo un caffè.

martedì 21 giugno 2011

Se fossi

Se fossi un colore sarei l'arancione
se fossi una forma un cerchio
se fossi un numero il 4
se fossi una lettera sarei la B.


Se fossi una nota sarei un SOL
se fossi una musica uno swing
se fossi una canzone My Way
se fossi uno strumento sarei una batteria.


Se fossi un animale sarei un panda
se fossi un oggetto un libro
se fossi un frutto una mela
se fossi un ortaggio sarei un peperone.


Se fossi un giorno sarei il giovedì
se fossi un mese aprile
se fossi un anno il 1998
se fossi una data sarei il 29 febbraio.


- - -


E poi dicono che non servono i giochi sotto l'ombrellone. Ora lascio a voi la parola. Almeno quattro "se fossi" senza pensarci troppo me li potete postare nei commenti.


Pronti, attenti... via!

martedì 21 luglio 2009

Non t'arrabbiare

Mogli che rimproverano i mariti per aver dimenticato di acquistare il sapone per la lavatrice.
Inquilini che contano le briciole sul davanzale per poi rinfacciarle al vicino del piano di sopra, togliendogli sistematicamente il saluto.
Anziane signore che inveiscono contro dei turisti che secondo loro gli sono passati davanti nella fila alla cassa del supermercato.
Bambini che litigano per un gioco non condiviso.

Cos'è il caldo che ci annebbia la ragione? Non passa un'istante che non si veda qualcuno arrabbiarsi. Ma la cosa più grave è che spesso i motivi di questi litigi sono veramente futili. Perdiamo energia e tempo di fronte a stupidaggini e intanto il tempo passa, portandosi via momenti unici della nostra vita.

Ricordo ancora quel gioco che si chiamava Non t'arrabbiare.
Non t'arrabbiare, proprio così, poche parole che racchiudevano il senso di quel gioco, ma sotto sotto della nostra esistenza.

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