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mercoledì 6 aprile 2011

Completato!

Quel gesto di attaccare l'ultima figurina un po' d'emozione l'ha suscitata.


Il suo primo album dei Calciatori Panini. Era anche la prima volta che ne circolava in casa uno che non fosse mio. E' stato un miscuglio di bei ricordi con un pizzico di amarezza.


Ricordi naturalmente legati a cosa aveva rappresentato per me quell'album. Gli scambi. Le rare. Le vere e proprie introvabili. Era un modo per condividire, stare insieme, trascorrere del tempo. Infatti oltre alla finalità di completare la collezione, c'erano una miriade di giochi legati alle figurine. Muretto, soffio, botta solo per citarne alcuni. Insomma l'album dei Calciatori Panini era un mondo, una dimensione, un compagno di gioventù. 


L'amarezza invece sta nel fascino racchiuso in quelle pagine. Sarà che oggi lo vedo con gli occhi di un adulto, di un padre, ma ho avuto la sensazione che un po' di quella magia di allora sia svanita. Forse il tutto è collegato anche all'evoluzione (o involuzione) del calcio stesso. La moltiplicazione di eventi calcistici - praticamente ogni giorno della settimana è possibile vedere un match tra anticipi, posticipi e altro ancora -  e poi quel mercato dei giocatori, un vero e proprio dramma. 


Non parlo solo che non ci sono più i calciatori bandiera che rappresentano una squadra, ma del mercato di gennaio, dove avvengono spesso delle grandi rivoluzioni tra acquisti e cessioni di giocatori. Per carità è vero che la Panini spedisce a casa gratuitamente tutti gli aggiornamenti, però non è la stessa cosa.


Comunque sia è completato! 


Ora non rimane che augurare lunga vita all'album dei Calciatori Panini che proprio quest'anno festeggia il suo 50° compleanno.




P.S. Comunque nemmeno la Panini riesce a starci dietro alla "schizofrenia calcistica" di alcuni presidenti di società sportive. Il cambio di allenatore c'è fino all'ultima giornata -:) 

lunedì 30 novembre 2009

Topolino & Co.

Finalmente domani avrò il piacere di condividere con voi l'intervista fatta qualche settimana fa ad Emanuele Vietina, vice direttore di Lucca Comics & Games. Nell'attesa volevo fare un salto nel passato per ricordare quali sono stati i fumetti ed i giochi che mi hanno accompagnato durante l'infanzia.

In me è ancora viva quella fremente attesa della domenica mattina, dove dopo aver adempiuto agli impegni religiosi, si passava dall'edicola per prendere una copia di Topolino. All'epoca la carta non era così patinata come l'odierna e gli stessi colori delle striscie della Disney non erano così sgargianti. Il tutto rendeva ancor più poetica la lettura. Poesia emersa anche qualche anno dopo, dove Topolino venne affiancato e poi definitivamente superato da fumetti come Tex Willer prima e Diabolik poi.

Per quanto riguarda i giochi qui si aprirebbe un capitolo difficilmente contenibile, quindi mi limito a dei parallelismi tra gli allora primi giochi elettronici che venivano introdotti e gli attuali. L'arcano dell'attuale Nintendo DS sicuramente ero lo schiacciapensieri che presentava in linea di massima quattro pulsanti. I due principali per dirigere a destra o a sinistra il protagonista del game, uno per l'accensione e un altro per la scelta tra i tre livelli di difficoltà.
Oltre a questo "meraviglioso" gioco elettronico portatile, vedevano la luce le prime consolle per i videogames come l'Atari o l'Intellivision della Mattel, quest'ultima ancora custodita come una sacra reliquia all'interno del portatelevisore di mia madre, nel ripiano in basso, accanto alle bottiglie di amari per gli ospiti mai bevuti. Anche se l'apoteosi per questi tipi di giochi è stata raggiunta con l'introduzione del primo vero computer il Commodere 64. Da quel momento le sala giochi iniziarono a svuotarsi per ritrovarsi a casa dei più fortunati possessori di questa perla della tecnologia.

Non posso concludere però senza citare il gioco in scatola per eccellenza che ha creato gioie e tensioni tra noi partecipanti: il Risiko. Qui mi fermo, perché più che un post dovrei scrivere un trattato. Comunque chissà perché alla fine io mi ritrovavo sempre a dover barricarmi in Kamchatka, mentre le truppe avversarie avanzavano dai diversi fronti.

giovedì 16 luglio 2009

E pensare che volevo solo giocare a carte


Premessa indispensabile è che non sono molto bravo nei giochi con le carte. Detto questo quando a mezzogiorno in punto, affascinato dal racconto quasi epico di serate straordinarie passate al tavolo da gioco, chiedo alla mia vicina di spiaggia di spiegarmi in cosa consiste il bridge, non ho la minima idea a cosa sto andando incontro.

In meno di cinque minuti mi ritrovo seduto davanti a una piatto quadrato, contenente nei corrispettivi quattro punti cardinali singoli mazzetti da tredici carte. A fianco a questo, due piccoli totem di plastica raccolgono altre carte, questa volta non da gioco, ma con delle scritture a metà strada tra gli imprevisti/probabilità del Monopoli e gli antichi simboli Maya.

Presentatomi l'armamentario, inizia la descrizione del gioco con una lenta illustrazione delle regole. Tra l'elevata temperatura presente, il brontolio dello stomaco per la fame e lo sforzo di concentrazione per seguire questa lezione, manca poco che abbia un mancamento.

Un sospiro di sollievo arriva dopo la presentazione della fase iniziale denominata delle dichiarazioni. Non capisco nulla, ma felice che si sia concluso il tutto. Invece no, è proprio solo una fase iniziale. Ora ha inizio il gioco vero e proprio.

Sono allo sbando. Lo sguardo cerca di fingere per dare qualche segno di presenza. Con la mente sono altrove. Spero che da un momento all'altro venga mio figlio, come al solito, a chiedermi qualcosa. Sarebbe un buon motivo per smettere. Invece niente da fare.

La vicina fiera delle sue parole esplicative continua imperterrita. Ormai è fatta, tra qualche istante stramazzerò sulla sabbia rovente. Però lassù qualcuno mi ama. Questa volta a salvarmi è suo marito che arriva in spiaggia con il pranzo e la richiama all'ordine. L'agonia è finita.

Stremato mi porto lentamente con l'asciugamano verso il bagnasciuga. Un grido della vicina mi arriva dritto alle orecchie "Non preoccuparti riprendiamo dopo pranzo".

E pensare che volevo solo giocare a carte.

Photo Credits

giovedì 5 marzo 2009

Giochi d'Infanzia


In questi giorni che ho un po' più di tempo da trascorrere con i miei figli, mi ritrovo a dover ripescare dalla memoria giochi che facevo quando ero piccolo.

Ed eccomi alla ricerca dei bimbi e dei loro amici nascosti tra le stanze della casa, improvvisare un Stella comanda color, nominato giudice in una gara di disegni o arbitro di una sfida a calcetto nella speranza che non vengano colpiti i pochi oggetti fragili in casa.

Al di là dell'impegno, mi diverte giocare con loro, anzi più correttamente vedere giocare loro. La mia vuole essere una presenza discreta, lasciando a loro le redini dell'iniziativa e della fantasia.
D'altronde ho ancora un pizzico di reputazione da salvare. Reputazione che verrebbe sicuramente disintegrata se qualcuno mi vedesse giocare con la piccola.

Con lei, essendo piccina, il livello di complicazione si abbassa, quindi può capitare che si vada dall'aeroplanino al più classico dei girotondi.
Quindi se vi viene voglia di venirmi a trovare avvisatemi prima. Non vorrei mai coinvolgervi in questo luna park casalingo senza il vostro consenso. Anche perché richiede un certo allenamento fisico e quando dico tutti giù per terra dovete essere reattivi, sperando di non rimanere bloccati con la schiena.

1, 2, 3... Stella!

Photo Credits

lunedì 20 ottobre 2008

Fantasia

Mi capita spesso di essere catturato da quello che sanno fare i bimbi. Sarà la mia sensibilità di neo-genitore, ma è fantastico vedere come riescano ad utilizzare la fantasia per intrattenersi ed intrattenere.

Innanzitutto non conoscono l’associazione biunivoca tra oggetto e funzione, quindi ogni cosa può essere usata per una destinazione diversa da quella originaria. Li puoi trovare che utilizzano le pentole per suonare, divani come trampolini di una piscina olimpionica, pigiami come costumi di scena per una famosa rappresentazione teatrale, … .

Poi s’inventano i giochi e i relativi amici. E qui si apre un capitolo a sé perché chi non ha mai avuto un amico immaginario che ci ha accompagnato nella nostra infanzia? (il mio si chiamava emy)

Dopo un momento d’ilarità nell’assistere piacevolmente a tutto ciò, mi guardo in giro, torno nel mondo dei “grandi”, di noi adulti chiedendomi perché non siamo riusciti a conservare almeno un pizzico di quella fantasia che sicuramente in una società un po’ cinica come la nostra non farebbe certamente male.