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lunedì 5 settembre 2011

VENEZIA68 - I SOGNI INFRANTI DI TODD SOLONDZ


Allegria e tristezza trovano il giusto spazio nel film Dark Horse


Già in Todd Solondz, regista di Dark Horse, veleggia una malinconica dolcezza. Quella sensazione di trovarsi di fronte ad un uomo che ha mantenuto una sua innocenza e che fa buon uso della sensibilità di cui è ben dotato.

Poi quando inizia a raccontare di questo suo nuovo film a stento si capisce se faccia riferimento alla storia diretta, oppure se della storia lui stesso ne sia protagonista.

<<… non so se i sogni mi hanno aiutato a vivere meglio>> racconta ad una sala stampa, attenta più di altre volte, a non interrompere quell’alone di magia, creatosi attorno a questa presentazione.

Il tutto è racchiuso in questa tipica espressione americana, che poi da pure il titolo al film medesimo. Dark Horse, termine difficilmente traducibile. Forse “scommessa’ potrebbe essere quello che maggiormente gli si avvicina, anche se in modo piuttosto limitativo.

<<Dark Horse è un piano sequenza in un certo senso… >> spiega Solondz aggiungendo <<… si utilizza per parlare di una persona che potenzialmente potrebbe arrivare al successo, ma non lo raggiunge…>>.

Il personaggio narrato nel film è di un’impattante tenerezza. È una persona che è stata vittima si una serie di sfortune. Proprio questa serie di negativi accadimenti, fanno del protagonista un soggetto da amare. Amore che non riesce a trattenere gli occhi della sua segretaria nei suoi confronti.

In questa sua ossessione da collezionista, lo stesso protagonista diventa proprietà della collezione medesima. A nulla serve il tentativo di afferrarsi ai suoi sogni. Aperto rimane il conflitto di rimanere bambino nonostante l’essere adulto.

Come sottolinea il produttore stesso di Dark Horse, Ted Hope - <<… è un film tremendamente triste e allegro allo stesso tempo…>>, ma forse è proprio in questo equilibrismo di sentimenti contrapposti che trova il grimaldello per emozionare lo spettatore.

giovedì 26 maggio 2011

Mira il tuo popolo

Certo che andare in bicicletta da solo dopo le undici di sera intonando "Mira il tuo popolo" o hai bevuto (e non poco) oppure sei di ritorno da una serata particolare. Io, ero di ritorno da una serata particolare.


Una serata che come spesso accade una volta alla settimana da un anno a questa parte, dovrebbe essere stata dedicata alle prove di teatro. In pratica è stato pure divertimento. Quel divertimento che si fa quasi fatica ad esprimere, talmente naturale e privo d'artifizi è. 


Battute. Barzellette. Racconti e mimiche. Risate. Lacrime, come le chiamo io, sorridenti. Qualche brindisi e canti. Il tutto così, quasi improvvisato. A braccio. Senza copione. 


E pensare che tutto era partito confrontando i vari acciacchi di ognuno. Ma forse proprio questo inizio da sala d'attesa di uno studio medico, ha creato per contrappasso una reazione esilarante.


In quel preciso momento la sala da pranzo di chi ci ospitava è diventato il palcoscenico del nostro cabaret. Uno spettacolo che forse non andrà mai in scena. Che non uscirà da quelle quattro mura. E' stato un regalo che ci siamo fatti. Che ci ha permesso anche di scherzare su aspetti che magari tenderemo ad approcciare in tono troppo serioso.


Comunque sia una serata magica. Di quelle che esci, guardi verso il cielo e puntando una stella ti viene da strizzargli l'occhio. In segno di complicità o solo per augurarle la buonanotte. Perché sarà veramente una splendida notte e forse anche un domani strepitoso.


E intanto non rimane che intonare: "Mira il tuo popolo, bella Signora, ... ".