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martedì 29 maggio 2012

La carica dei 1.000

Il tempo d'impatto era stato di circa due secondi e mezzo. Il mezzo era dovuto al rimbalzo sul piano adiacente ai fornelli. Un ostacolo inevitabile, ma con estrema facilità superato. Il coperchio si era staccato subito, come il paracadute tempestivamente azionato da un pratico lanciatore. Peccato che quel distacco aveva ulteriormente aggravato il disastro. Già perché proprio in volo i primi stuzzicadenti si erano festosamente dispersi, anche se era sul pavimento che sembravano aver trovato la loro perfetta dimensione.


Se fossero stati colorati qualcuno avrebbe potuto pensare che si volesse organizzare una partita a Shangai in cucina. Invece erano tutti rigorosamente monocromatici e non era l'unica cosa che li accomunava. C'era pure quel senso di liberazione tipico delle truppe all'enunciazione di "rompete le righe". I più pigri si erano accampati nel centro della stanza, ma tutti gli altri, la maggioranza, avevano ben pensato di andare a divertirsi. Chi sotto il tavolo, chi raggiungendo il frigo, chi ancora varcando la soglia del salotto. I veri burloni rimanevano però, coloro che tra le vie di fuga del pavimento trovavano non solo ristoro, ma tranquillità e mancanza di motivo di andarsene.


In questa situazione di festa per loro, l'orologio scandiva inesorabilmente che era giunta l'ora. I mille rivoluzionari erano lì a terra. Non rimaneva che richiamarli all'ordine. Sarebbe servita una tromba per la ritirata. A suonare invece fu il campanello. Gli ospiti per la cena erano arrivati. Ed erano perfettamente in orario. 

lunedì 28 settembre 2009

La vera storia di una patata bollente


Avevamo già fatto le ordinazioni da circa mezz'ora, quando il cameriere arrivò con i primi piatti: gnocchi di patata con il pomodoro e pappardelle ai funghi.

Dovevo capirlo fin da quel momento che la serata sarebbe stata piuttosto calda.
Preso da un nostalgico ricordo vacanziero, avevo scelto gli gnocchi. Nemmeno il tempo di concludere la frase di rito del "Buon Appetito" che la forchetta non si esibì in una delle sue prese migliori, lasciando tragicamente precipitare il primo scottante gnocco, imbevuto di salsa di pomodoro, sulla candida camicia bianca all'altezza del cuore.

Era solo l'inizio di una tragicomica serata.
All'arrivo dei secondi, la conversazione aveva assunto un tono triste e cupo. Malattie, licenziamenti e sfortune varie raccontate da uno dei commensali, avevano preso il sopravvento nei dialoghi al tavolo. Naturalmente il tutto non avrebbe giustificato un mio pianto, se non fosse che la patata doveva concludere la sua vendetta personale nei miei confronti.

Questa volta, sotto forma di patata al forno, attendeva di accoppiarsi al boccone di carne, presente sul mio piatto dei secondi.
Proprio durante l'annunciazione dell'ennesima sfortuna del malcapitato al tavolo, delicatamente la prima patata al forno giungeva all'interno della mia bocca. Appena addentata, dal timido tepore della doratura esterna, si sprigionò il più bollente e lavico impasto interno con temperature mai raggiunte prima.

Nella più completa nonchalance portai la mano sinistra alla bocca, piegando leggermente il capo in avanti, mentre una prima lacrima di dolore scivolò dal mio viso. Questo gesto, interpretato dai presenti come la più naturale commozione di fronte a tale triste narrazione, innescò un pianto collettivo in solidarietà del malcapitato.

Dopo essermi allontanato dal tavolo per raggiungere la cucina nell'invano tentativo di scoprire qual era la patata che aveva voluto attentare alla mia vita e chi era il mandante, tornai al tavolo dove il cameriere prendeva le ordinazioni per il dolce della casa: un ciambellone ripieno di mascarpone fatto con fecola di patata.

Decisi di lasciar perdere al dolce per motivi di linea. Non avrei mai voluto che la patata compisse pienamente il suo dovere.

E poi dicono che non sia vero che la vendetta va servita calda!

Photo Credits

lunedì 9 marzo 2009

Convenevoli del dopocena

Mi è capitato ancora.

Mancava poco alla mezzanotte e la cena con gli amici stava volgendo al termine.
Caffè degustato. Limoncino sorseggiato. Il conto era arrivato ed era stato pure saldato, mentre i camerieri iniziavano ad alzare le prime sedie sui tavoli per sistemare il locale.

Una volta alzati, mettiamo le giacche e ci salutiamo. Ed ecco il momento topico.
Invece di imboccare l'uscita del locale, ricominciamo a parlare.
Piacevolmente si crea una situazione di stand by. Nessuno si muove, nessuno prende l'iniziativa di partire e le parole traboccano come un fiume in piena, come se ci fossimo appena ritrovati e non fossimo reduci da una lunga serata in compagnia.

Una situazione che può tranquillamente durare cinque, dieci, venti minuti o ancor di più.
Non c'è una spiegazione logica. E' un misto di convenevoli del dopocena e una voglia comunque di non staccarsi dal gruppo.

Il teatrino è durato finché il ristoratore elegantemente ci ha intimati ad uscire e uno dei presenti razionalizzato quanto accadeva ha preso l'iniziativa e ha oltrepassato la soglia dell'uscita.
Bene, sembrava tutto finito, se non fosse che, nonostante gli ulteriori saluti della buonanotte, ci siamo ritrovati per un'altra mezzora a parlare fuori del ristorante, sul piazzale dove avevamo parcheggiato le auto.

D'altronde questa è la forza di una piacevole Compagnia e poi il cielo ero fantasticamente stellato, la luna crescente origliava silenziosamente i nostri discorsi, i problemi di tutti giorni sembravano scomparire e i nostri cuori ricevevano un forte appagamento.