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martedì 22 maggio 2012

L'arcobaleno

Era come della polvere che gli si depositava addosso. Una nebbia sottile che gli offuscava la vista. Un'interferenza artificiale per le emozioni del cuore. Oggi, come ieri e forse ancora per domani. Gli occhi intercettavano solo i titoli di quelle notizie, per poi soffermarsi sulle immagini che seppur in bianco e nero, non perdevano d'intensità. Se non fosse stato sufficiente il giornale, ci avrebbe pensato la televisione a ricordare il tutto. E anche nel tratto che lo divideva da casa il radiogiornale aveva strappato il palcoscenico alla musica.


Non era bastato chiudere quelle pagine e abbassare i volumi degli altri mezzi, per riprendere possesso con se stessi. Era quello il mondo che gli avevano imposto. Niente e nessuno si sarebbe potuto esimere da una scenografia già montata e una sceneggiatura già scritta. Anche la pioggia quel giorno sembrava cadere ad un ritmo di insolita insofferenza, mentre il cielo si avvolgeva in quel suo abito grigio.


Al semaforo l'arresto fu totale. Il rosso sembrava essere giunto al momento più opportuno. Il respiro affannato lasciava le sue impronte sul vetro. Con le tre dita della mano sinistra cercò di togliere traccia di ciò. Fu così che il suo sguardo oltrepassò il finestrino per imbattersi nell'interruttore dei suoi sentimenti. Due giovani ragazzi completamente indifferenti alla pioggia si lasciavano andare ad un bacio voluto. Era quello l'arcobaleno che stava attendendo. Il verde arrivò, il cuore riprese il suo battito e la sua mente tornò ad essere libera.


Photo Credits


martedì 28 giugno 2011

Innocenti fotogrammi

Timidamente si era seduto sul bordo estremo della panchina. A fianco a sé, sulla sinistra, il caschetto della bicicletta che si era sfilato. Giocava con il polpastrelli delle dita. Almeno così voleva fare intendere, per nascondere il suo imbarazzo. Con lo sguardo invece la cercava, anche qui facendo finta di essere interessato a tutt'altra cosa. Per questo motivo ogni tanto girava la testa nella direzione dei genitori. Per vedere se lo guardavano. Per capire se lo avevano scoperto.


Lei era lì invece con il suo sorriso e con quel suo idioma tipico del nord Europa con il quale si rivolgeva all'amica. Svedese o danese sembravano le origini, ipotesi rafforzata dal biondo dei capelli e dal bianco della carnagione. Comunque sia, sicuramente lei l'aveva notato. Forse per questo coinvolgeva l'amica in un gioco che prevedeva una corsa verso di lui. Gli si avvicinava velocemente e tanto più velocemente se ne allontanava.


Lui cercava coraggio, ma quella sera certamente non ne aveva fatto scorta. Ad un certo punto accennò anche ad un saluto con la mano. In maniera precisa. Con il palmo ben aperto e l'oscillazione a destra e sinistra del relativo avambraccio. Questo però solo per pochi secondi. Tempo sufficiente per sentirsi ancor più a disagio, ma non abbastanza per trasmettere questo messaggio a lei.


Dopo poco lei se ne andò, richiamata dai genitori che avevano deciso di continuare la loro passeggiata. Lui con un piccolo balzo, catapultò le sue gambe fino ad allora penzolanti a prendere contatto con il terreno. Andò dalla madre e le fece cenno che era stanco. Effettivamente per la sua età si era fatto tardi. Prima di ripartire con la bicicletta a mano, rivolse un'ultima occhiata dietro di sé. Chiuse per un istante le palpebre, come per mettere a fuoco, per capire se tutto ciò era veramente accaduto. Dopodiché fece un grosso respiro.


Giunto a casa sprofondò nel sonno. Avrebbe avuto tutta la notte per ripensarla. Un'intera vita per sognarla.

giovedì 29 gennaio 2009

La Bottega dell'incrocio

In una era di centri commerciali sempre più grandi, ricordo con tenerezza il piccolo negozio di alimentari vicino alla casa dove abitavo da bambino.

Era situato proprio all’incrocio. Posizione strategica. Era il punto di riferimento delle persone residenti sia di una via sia dell’altra.

La conduzione era strettamente famigliare. Padre alla regia, madre alla supervisione e due dei quattro figli ben inseriti nella parte operativa.

Più che un negozio di alimentari, era una vera e propria bottega del nécessaire. Nonostante lo spazio fosse limitato, si poteva trovare tutto quello che occorreva per sopravvivere in una casa. Il tutto tremendamente organizzato e ben disposto nelle tre mini corsie che portavano alla cassa.

Un’altra particolarità era data dalle doti culinarie di questa famiglia, che riusciva a sfornare ottima pasta fresca ed invitanti torte, con prodotti freschi e uova direttamente dalle galline della vicina.

Quando ero a casa da scuola, spesso ero io stesso ad andare a fare la spesa, ben istruito dalla mamma. Era un’attività che mi piaceva, perché quella bottega non era solo un luogo d’acquisto, ma era soprattutto un luogo d’incontro e di chiacchierate. Una piccola piazza, dove i vicini si scambiavano impressioni, idee e allo stesso tempo erano aggiornati sulle ultime notizie del paese. Già perché qui non era tanto dei grandi sistemi che governano il mondo che si parlava, ma di cosa è successo alla signora Maria, cosa ha fatto il signor Gino e dove era andato il figlio della signora Carla.

Recentemente mi è capitato di tornarci.
E’ un viaggio nel tempo. All’interno ben poco dell’arredo è cambiato. Il suo stile pieno anni ’60 rimane. Le categorie merceologiche più o meno sono le stesse. L’unica novità riguarda la gestione. E’ rimasto solo uno dei figli a portare avanti l’attività, ma per il resto, tutto è come in passato e oggi come ieri ci si continua a guardare negli occhi mentre ci si appresta a comprare i prodotti. Aspetto da non sottovalutare.