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giovedì 20 ottobre 2011

Scusi signore...

"Sì, dimmi pure"
"Sa volevo dirle..."


Bastano poche parole, per farti capire che la tua generazione ha finito di essere quella più giovane. Quando un ragazzo sedicenne o giù di lì, si rivolge a te, dandoti del "signore" e del "lei" vuol dire che il gioco è fatto. Largo ai giovani. E non sei certo tu quello.


Non è più sufficiente l'utilizzo dell'iPod, nelle rare occasioni che ti ritrovi senza figli. Nemmeno la scarpa da ginnastica ai piedi o il jeans strappato. Mettiamoci pure la t-shirt con tanto di grafica moderna e l'occhiale da sole alla Top Gun (quanto si vede che ero giovane negli anni '80). La musica è finita. E' giunta inesorabilmente l'età adulta per usare un eufemismo.


Tu puoi scherzarci sopra indicando al ragazzo che può tranquillamente darti del tu e chiamarti per nome, ma chiaramente se la cosa non gli è venuta spontanea, ci sarà un perché.


A rendere il tutto ancor più tragicomico, è l'affiorare dei ricordi legati all'ultima corsa fatta. Un affanno ancora da smaltire. Oppure lo scatto tentato durante la partita di calcetto con gli amici. Piedi ben fissati a terra e corpo nel tentativo di muoversi in avanti.


D'accordo prima o poi capita a tutti. Certo che sembra ieri che davo dell'anziano ad un mio attuale coetaneo. Come diceva la sana saggezza popolare è una ruota che gira. E allora facciamola girare.


Chissà che non sia un numero fortunato.

lunedì 7 settembre 2009

Fatto, saputo fare, potuto fare


Il ristorante era semideserto. Una coppia di poche parole, un gruppo di apparenti amici e una reunion famigliare composta da tre generazioni: nonno, figlio di mezza età e nipote da poco maggiorenne.

Da quest'ultimo tavolo, il mio sguardo viene attratto. In particolar modo dal capostipite di questa famiglia. Lineamenti ben marcati, pelle abbronzata dal sole della terra, mani grandi in continuo movimento nel tentativo di rafforzare parole che scorrono in tono solenne e autoritario senza permettere un contraddittorio.

Sto assistendo ad un sermone che trova il suo gran finale in una frase che riecheggia nella spoglia sala da pranzo "... posso essere completamente soddisfatto della mia esistenza perché ho fatto, ho saputo fare e ho potuto fare...".

Una frase a suggello di una gloriosa visione della propria vita. Niente pentimenti. Nessuna incertezza. Una ferma sicurezza.

Gli occhi del figlio si abbassano sul piatto vuoto in forma reverenziale. Quelli del nipote si alzano al cielo come in una preghiera che il supplizio abbia un veloce termine.

Chissà se con meno presunzione, questo monologo e apporto di esperienza si sarebbero potuti trasformare in un dialogo costruttivo e un confronto reale sulla esigenze e difficoltà di generazioni diverse. Chissà.
Intanto arriva il conto.
La cena è finita e ben poco rimarrà di questa serata ai partecipanti di questo banchetto.

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