Pensate alle sensazioni che provate quando vi trovate con i vostri amici d'infanzia a chiacchierare, fino a tardi, davanti a un buon piatto di pasta e un ottimo bicchier di vino e dove emergono forse i veri valori della nostra esistenza e il senso di questa bellissima vita! Parleremo di momenti quotidiani, di musica, interessi, passioni e soprattutto darò spazio ai miei amici: ragazzi normali, ma per me persone speciali.
Qualche giorno fa ho risentito If I Had Eyes di Jack Johnson. Complice la voglia di allontanare il buio pomeridiano arrivato con l'ora legale, ho chiuso gli occhi e con questa canzone nelle orecchie mi sono catapultato su qualche spiaggia californiana.
Per prolungare il piacere, mi sono ascoltato l'intero album Sleep Through The Static e tra Hope, Enemy, Go on, They Do They Don't e Losing Keys l'esperimento è pienamente riuscito. I ritmi dolci e spensierati di Jack Johnson mi hanno accompagnato in questo piacevole viaggio, seppur solo con la fantasia.
E pensare che quando qualche anno fa, un caro amico surfista mi aveva presentato per la prima volta Jack Johnson consegnandomi la colonna sonora del documentario-cult Thicker Than Water, non gli avevo dato molto credito. Male, bisogna sempre ascoltare i buoni consigli... musicali.
ILBETTA: “Ho visto che hai realizzato una pubblicazione dedicata a Buenos Aires: i luoghi e i momenti del tango. Come si fa a racchiudere in uno scatto, la magia di un ballo così passionale?”
Antonio: “Il viaggio a Buenos Aires (legato, poi, ad un giro della Patagonia e della Terra del Fuoco), è nato da una passione per il ballo e la musica in se’. Già dopo poche ore in città ho capitoche sia i colori forti, saturi, sgargianti, dei “luoghi” del tango a Buenos Aires (ad esempio, il quartiere della Boca) sia le atmosfere rallentate, retro, fumose, in bianco e nero, delle milonghe, esprimano la nostalgia di quanti abbandonarono i loro Paesi per sempre.
I luoghi della quotidianità furono colorati per coprire, mascherare, distrarre da un’innegabile povertà. Ed i momenti della nostalgia furono mantenuti…in bianco e nero.
Non so voi, ma io non riesco ad immaginare un tango a colori. Come non riesco ad immaginare Buenos Aires in bianco e nero.
Ed ecco come è nata una pubblicazione sui luoghi ed i momenti del tango a Buenos Aires. Un alternarsi di scatti a colori ed in bianco e nero. Ma non è così anche la vita?”
ILBETTA: “Next stop? Quale sarà la prossima tappa del tuo viaggio fotografico?”
Antonio: “A fine dicembre, probabilmente, andrò in Uganda per documentare il lavoro straordinario di una ONGche supporta dei villaggi della zona dell’Alto Nilo. E’ una zona che mi affascina, anche alla luce della secolare storia delle esplorazioni alla ricerca delle sorgenti del Nilo. Vedremo…"
ILBETTA: “Invece il tuo sogno nel cassetto qual è? Qual è il luogo che desidereresti immortalare?”
Antonio: “Sì, ci sarebbe un sogno nel cassetto che prima o poi realizzerò. Raggiungere l’isola di Tristan da Cunha, ad una settimana di navigazione a sud di Città del Capo. E’ l’avamposto umano più remoto al mondo, ed è un enclave britannica. Solo circa 400 abitanti che popolano “Edimburgh of the Seven Seas” (già il nome meriterebbe il viaggio) raggiungibili solo via mare con cargo mercantili che partono poche volte all’anno dal Sudafrica. L’isolotto antistante si chiama, pensa, Inaccessible Island… Ho fatto delle ricerche sui cognomi degli abitanti. Due, ricorrenti, sono di origine genovese e discendono da pescatori di una baleniera affondata lì nei pressi. Non male la storia, eh?”
ILBETTA: “Spiegami meglio cos’è Shoot for Change? Ho visto che nei fai parte. Tu credi che si possa cambiare con un click?”
Antonio: “E’ un’iniziativa che ho ideato ed avviato recentemente e che, ogni giorno che passa, sembra crescere e – quasi – vivere di vita propria. Scherzi a parte, si tratta di un network di fotografi (professionisti e non) uniti dalla convinzione che una fotografia possa cambiare il mondo. O meglio, possa contribuire ad avviare un cambiamento. Pensa alla foto dello studente di Tienanmen che ferma il carro armato, o le foto del Vietnam, o il fungo nucleare o gli scontri in Birmania recentemente o le foto scattate in Iran pochi mesi fa ed inviate tramite Twitter. Sì, si può cambiare. E basta poco.
Noi realizziamo servizi fotografici del tutto gratuiti per ONG ed altre istanze sociali senza fini di lucro. Condividiamo un po’ del nostro tempo, mettendo a disposizione un po’ di talento fotografico per documentare realtà spesso trascurate.
E’ un’iniziativa aperta a tutti e che si sta rivelando una sorte di peer-to-peer professionale e sociale molto interessante. Recentemente, ad esempio, ho potuto contare su dei fotografi che non conoscevo di persona per dei reportage sulla Marcia Mondiale per la Pace (della quale siamo diventati, poi, sponsor su tutti i siti internazionali) e per la Notte dei Senza Dimora a Roma e Milano.Basta spargere la voce, un pizzico di marketing virale….e qualcosa di buono e bello succede sempre.
Mi è capitato di conoscere il grande Maestro Tony Vaccaro, che ha fotografato l’Europa della Seconda Guerra Mondiale (ha partecipato alla Sbarco in Normandia) e l’Italia del dopo Guerra. Mi ha insegnato che il bello si trova dappertutto e cheè compito del fotografo scovarlo e raccontarlo”
ILBETTA: “A proposito di sensibilizzare l’opinione pubblica e rendere partecipe la gente su iniziative umanitarie importanti, nei giorni scorsi si è svolta La notte dei senza dimora. Cosa mi puoi raccontare a tal riguardo?”
Antonio: “Beh, siamo stati felicissimi di partecipare agli eventi di Roma e Milano. Vedi, con Shoot for Change stiamo conoscendo delle realtà del nostro Paese che spesso ignoriamo (come la vergogna dei senza dimora, che quasi volontariamente facciamo finta di ignorare ai margini delle nostre città e dei quali ci ricordiamo solo quando comincia a fare davvero freddo). E a margine di queste iniziative, la vera sorpresa sono le tante, tantissime, brave persone, i volontari delle Associazioni, che dimostrano come il nostro Paese, in fondo, sia davvero splendido. Forse l’Italia non sarà un paese di brava gente…ma sicuramente lo è di brave persone.
In questo caso abbiamo realizzato quattro foto gallerie ed un videoclip visionabile sul nostro blog www.shootforchange.it”
ILBETTA: “Grazie Antonio per la tua disponibilità. Un’ultima cosa prima di concludere. Ma se non avessi fatto il fotografo, cosa avresti fatto?”
Antonio: “ (sorridendo)... Non capisco la domanda”
Con questa nuova consapevolezza verso l’utilizzo della fotografia, prendo la mia piccola digitale. La guardo con una luce diversa, come se avessi ritrovato un vecchio gioco al quale ero legato da bambino. Metto le batterie in carica e guardo fuori dalla finestra. Con la mente sto già viaggiando, ripensando a quello che mi ha raccontato Antonio. Click.
ILBETTA: “Quando hai iniziato a viaggiare in compagnia della tua macchina fotografica? Eri consapevole del lungo percorso che avresti fatto con lei?”
Antonio: “Sono cresciuto avendo come modello mio nonno e la sua camera oscura, alla quale – però – avevo poco accesso… e purtroppo se n’è andato troppo presto perché potesse insegnarmi quel che sapeva (era un ottimo fotografo). Con gli anni qualcosa è germogliato ed eccomi qui. La passione per i viaggi e quella per la fotografia si sono alimentate a vicenda ed ora non riuscirei a considerarle slegate.
Conosco chi viaggia nelle proprie memorie, chi nella propria stanza, chi nella propria solitudine, chi dietro l’angolo di casa sua, chi nel traffico quotidiano, chi nei libri. Ma c’è anche chi viaggia in luoghi sconosciuti, dentro paesaggi, memorie e visioni che non sono le sue, che non lo riguardano, che non gli appartengono. Credo che la curiosità che spinge a viaggiare oltre i confini delle proprie memorie e della propria fantasia sia alimentata da un’inquietudine di fondo che spinge a cercare ai quattro angoli del mondo qualcosa. A cercare nelle storie e nei luoghi altrui l’ombra di se stessi… Non mi spingo fino a dire che si cerca se stessi, perchè sarei pretestuoso, mi limito ad un’ombra. Ad una breve intuizione del funzionamento del mondo. Il satori… Ci si mette in discussione e si apre il cuore e la mente, pronti ad accettare le meraviglie della porta accanto o i disastri di paesi lontani e dimenticati, capendo che quello è il mondo e la vita che sarebbe potuta essere la tua ma non lo è stata. E ci si domanderà che cos’è realmente il mondo, questo piccolo campo di gioco che ci vede affannarci dalla mattina alla sera.
E alla fine, anche se non avremo trovato la risposta… quelle domande che ci saremo posti e la curiosità che ci ha spinto per strada (o anche solo la strada della memoria o di una fantasia di carta) ci avrà regalato un bel viaggio. Il ritorno, forse, coinciderà con l’andata. E si capirà che alla fine… tutto torna. I conti tornano sempre…
Perchè scriverlo e perché fotografare il proprio viaggio? Perchè voler condividere la bellezza del mondo o il dolore delle tragedie degli uomini che lo stanno distruggendo? Perchè è vero che spesso si viaggia da soli ma è altrettanto vero che a volte è bello anche viaggiare in compagnia (virtuale nel mio caso di blogger) e rimandare ad altri la sensazione di poter essere in viaggio anche se confinati in una stanza.
Io viaggio per ricordare quando non sarò più in grado di farlo. Viaggio per capire che il mondo è bello e che si può cambiare sempre in meglio. Viaggio per rendermi conto che sono fortunato. Viaggio per ricordarmi che sono vivo.…E la mia macchina fotografica è un’insostituibile compagna di viaggio...”
ILBETTA: “Parto dal presupposto che per te ogni viaggio sia una fantastica nuova esperienza, però ce n’è uno al quale sei particolarmente legato?”
Antonio: “ Hai ragione, ogni viaggio è un’esperienza a sé. Non ricordo un viaggio brutto o non interessante. Tra i più, direi, intensi, sicuramente uno in Perù ed uno in Tibet. E poi sicuramente il Finnmark norvegese. Lì ho avuto il privilegio di vivere uno di quei momenti che chiamo “momenti wow”. Quando rimani letteralmente a bocca aperta e capisci che lì la macchina fotografica non basta più. Devi registrare con gli occhi e la testa. Eravamo in navigazione sul mare di Barents ed era notte inoltrata. Da giorni, durante un reportage fotografico, davamo “la caccia” all’aurora boreale, purtroppo senza successo. Dopo qualche turno sul ponte della nave e qualche malore dovuto al mare mosso i miei compagni di viaggio mi avvisano dell’improvvisa apparizione dell’aurora. Il tempo di infilarmi degli stivali e di precipitarmi in coperta… Appena ho aperto la porta sul ponte… bang! È stato come andare a sbattere contro la Natura in persona. Immagina, mare mosso, nave che beccheggia, nero pesto, apri la porta e vedi questa…immensa… onda verde che ondeggia silenziosa nel cielo… quasi a 180 gradi. Una cosa indescrivibile. Ancora adesso ho i brividi a pensarci… Fotografarla è stato impossibile a causa delle condizioni proibitive ma, forse, è stata la più bella foto mai fatta...”
Un giorno un amico mi disse “… ho visto un reportage fotografico di un viaggio, che mi ha fatto sognare … vai a vedere questi scatti, ne rimarrai entusiasta …”.
Con la fotografia ho un rapporto particolare. Fino a qualche anno fa, nemmeno portavo la macchina fotografica in viaggio, convinto che le immagini più belle fossero quelle che immortalavo direttamente nella mia memoria. Vedevo la fotocamera come un’intrusa, che mi distoglieva l’attenzione. Un mezzo al quale dedicarvi forzatamente del tempo. Sbagliavo, almeno in parte. Infatti, poi ho scoperto che è bello condividere con altri immagini, che a parole sarebbe difficile descrivere.
Con questo mio nuovo approccio alla fotografia ed incuriosito dalla segnalazione, vado a vedere chi è questo fotografo che ha destato l’attenzione di un amico, di per sé, già sensibile al tema fotografico.
Il suo nome è Antonio Amendola. Inizio a sfogliare alcuni suoi scatti. Mi basta poco per capire che il mio amico aveva ragione. Arrivo al suo blog Il circolo dei viaggiatori. Mi fermo. Lo chiamo. Veloci convenevoli di presentazione ed arrivo subito al dunque.
ILBETTA: “Tu oggi hai un merito! Sei riuscito a togliermi quegli ultimi dubbi che mi erano rimasti legati all’utilizzo della fotografia durante i viaggi. I tuoi scatti mi hanno regalato delle emozioni. Non ti chiedo qual è il tuo segreto, ma cosa provi quando sei lì da solo con la tua macchina fotografica?”
Antonio: “Ti ringrazio davvero. Credo che per un fotografo non vi sia nulla di più bello che sentirsi dire che le proprie fotografie suscitano delle emozioni. Certo, egoisticamente, di più bello c’è solo l’attimo di assoluta intimità che si vive quando si sente quel piccolo click. Scatto in apnea. Guardo e trattengo il respiro. E’ come se aspirassi la luce che ho a disposizione e la raccogliessi tutta nel momento del click. E’ una sensazione indescrivibile, quasi liberatoria.”
ILBETTA: “Ti accorgi ancor prima di vederlo, se uno scatto ti è ben riuscito? Mi spiego meglio, negli istanti prima che ti separano dal fatidico click, immagini già la tua foto come sarà?”
Antonio: “Spesso sì, mi capita. Vedi, secondo me una buona foto nasce anche dalla consapevolezza che la macchina fotografica non vede il mondo come lo vediamo noi. Noi lo vediamo in tre dimensioni, lei in due. Inoltre noi abbiamo una sensibilità alle luci ed ombre diversa, e così via. Pertanto, ritengo che un buon risultato si ottenga allineando almeno tre fattori: quello che sai che la macchina sta vedendo in quel momento, quello che tu vedi in quel momento, e quello che vuoi ottenere (altri direbbero “esprimere”) con quella foto. Se riesci a collimare tutto questo…beh…vivrai un momento magico. E gli altri lo noteranno.”
“ciao Emanuele, mi piacerebbe farti un’intervista parlando del Lucca Comics & Games…”
“… volentieri, l’unico problema è il tempo, poi se possibile preferirei verbale, più che testuale ”
“per il tempo non c’è problema, mi bastano dieci minuti, diciamo il tempo di una pausa caffè davanti ad una macchinetta… quando hai voglia di staccare un attimo potrebbe essere il momento buono”
“scusa Andrea, ma sei di Lucca?”
“non proprio… aggiungi a Lucca una laguna, un po’ di gondole e inizia a rinominare le vie in calli e le piazze in campi… e il gioco è fatto”
“e come si fa a prendere un caffè alla macchinetta?”
“per il momento facciamo un caffè virtuale… sarà che le idee migliori mi sono venute davanti a quella macchinetta, che per qualità latita, ma come musa ispiratrice non è male… poi la prima volta che passo da Lucca mi porti in un buon bar”
“mi incuriosisci… sei un folletto e vivi in via della cavallerizza?”
“uhm.. ne sarebbero contenti i miei figli!”
“… preferisco rischiare… domande a brucia pelo”
“bene”
“rispondo a tutto… o quasi”
“molto bene, benissimo”
“al telefono durante il week end, tarda mattinata?”
“no problem, per me ogni giorno lo vivo come se fosse il sabato del villaggio”
“fatta! Chiamo io o chiami tu?”
“lo stesso, l’importante è che non ci chiamiamo nello stesso momento… tanto per non trovare occupato”
Quello che avete letto non è una rivisitazione della famosa lettera di Totò e Peppino in chiave moderna, bensì un dialogo sui generis tra due persone che nonostante non si conoscano sono entrati subito in perfetta sintonia. A caratterizzare questo botta e risposta sono il sottoscritto ed Emanuele, Emanuele Vietina, vice direttore di Lucca Comics and Games.
Nell’attesa di leggere prossimamente, cosa ne è uscita dalla chiacchierata tra me ed Emanuele, vi invito tutti ad organizzare una trasferta a Lucca per assistere al Festival Internazionale del Fumetto, del Gioco e dell’Illustrazione che si terrà dal 29 ottobre al 1 novembre, anche se le mostre espositive sono già visibili dalla scorsa settimana.
Il mio incontro con la musica di Vinicio Capossela risale al '91. Era l'estate di quell'anno. Una calda serata, dall'elevato tasso di umidità e nell'aria le zanzare si scontravano dal traffico aereo presente.
Nel mezzo della pianura veneta, sull'aia di un rustico di campagna, si vivevano le gioie e le allegrie di una festa che lentamente stava volgendo al termine. La notte avanzava e alcuni se n'erano già andati. Altri stancamente si trascinavano in compagnia di una birra. I più fortunati erano là a strappare un numero di telefono e a sperare in un amore ormai non più lontano.
In quello scenario, il dj di turno fece una cosa inaspettata. Era giunto il momento del lento di fine serata, ma prima di quella notte non si poteva sperare di andare un po' più in là di un Nothing Compares To You di Sinead O'Connor. E invece dalle casse sentii uscire una voce italiana e una fisarmonica disarmante. Chi era costui? Non aveva nulla a che vedere con il cantautorato classico o con il pop melodico tradizionale italiano. Il mio corpo vibrava sulle note di un "lento/violento". E la voce di Capossela mi rapì.
All'indomani ero ad acquistare All'una e trentacinque circa. Il primo album di Capossela, pubblicato l'anno precedente, che conteneva quella canzone Scivola vai via e altre dieci splendide perle. Il resto è storia. Storia della musica.
Ve lo avevo accennato anche qualche tempo fa. "Alcuni", ma solo "alcuni" mi dicono che assomiglio ad Andrea Pirlo.
Non ho niente di personale nei suoi confronti, anzi sportivamente lo ammiro e lo considero uno dei più forti giocatori al mondo in attività, ma sentirsi dire ad ogni nuovo incontro "... ma sai che assomigli ad Andrea Pirlo!", alla lunga può stancare.
Per non parlare di coloro i quali non ti dicono nulla, ma ti guardano e ti squadrano come se ti avessero appena visto alla Domenica Sportiva a rilasciare l'intervista di rito del dopo partita.
L'apice però l'ho raggiunto ieri, quando in passeggiata sono stato fermato da due ragazzi londinesi che mi hanno addirittura scambiato per Andrea Pirlo. Per carità è vero che la scorsa estate, voci di calcio mercato lo davano al Chelsea, però avere una notorietà così internazionale senza meritarlo mi sembra eccessivo.
E poi, vai a spiegarlo a quegli inglesi che I'm not Andrea Pirlo.
Come spesso accade, capita durante l'arco della giornata di essere vittime di domande retoriche. Ce n'é una in particolar modo che a fatica riesco a digerire. E' quella che riguarda il "disturbo?" posto con tono cordiale e labbra all'insù.
Sei comodamente seduto sul divano, in un pomeriggio domenicale di pieno relax, con in sottofondo il rombo dei motori del Gran Premio e le palpebre socchiuse a livello saracinesca d'esercizio commerciale delle 19.30, quando suona il campanello. Dall'altro lato del citofono una voce squillante dopo previo disturbo?, ti chiede se gli puoi aprire il portone d'entrata perché non riesce a comunicare con l'anziana zia dell'ultimo piano causa problemi d'udito della medesima che non sente i continui tentativi fatti al suo campanello.
Oppure nel pieno clou della preparazione della cena, con pasta da calare, soffritto in padella, tavola da imbandire e prole in escandescenza che reclama, quando squilla il telefono. Con un accento poco comprensibile, un chiacchierio di fondo che fa pensare che chiami direttamente dal Central Park di New York durante il concerto di Simon & Garfunkel, anche in questo caso dopo aver esordito con disturbo?, ti propone l'ennesimo abbonamento alla linea Internet, senza canoni, senza costi fissi, senza tutto.
Ma il massimo viene raggiunto quando sei lì, in quello che per Fonzie era il suo ufficio privato e da dove ne usciva con il sorriso sulle labbra e il pollice in alto. E' proprio lì nel tuo luogo più intimo, dove i tuoi pensieri vagano e i tuoi bisogni vengono espletati, che in quel preciso istante ti suona il cellulare. Per interrompere la canzone in crescendo dei Pooh da qualche giorno sbadatamente messa come suoneria, prendi il telefono. Il numero è sconosciuto, ma l'agonia è eccessiva, rispondi. E' il tuo carissimo amico di scuola che da più di vent'anni non vedi, ma che la "fortuna" e la forza di Facebook ti ha permesso di ritrovare la settimana scorsa online e tu hai avuto la "buona" idea di dargli il numero del telefonino. Anche in questo caso dopo il fatidico disturbo?, ti pone la domanda che da una vita aspettavi "stiamo organizzando la pizza con i vecchi compagni delle superiori, sei dei nostri vero?".
La prima risposta sarebbe un invito a raggiungerti. Chiudi la telefonata e spegni il cellulare. Puoi sempre dar colpa alla batteria scarica, richiamandolo domani mattina verso le sette.
"... non è possibile, nemmeno sul tempo ci vogliono lasciare tranquilli ... perché devo preoccuparmi ancor prima che succeda una cosa ... chiamano temporali, pioggia, grandine e poi ti ritrovi con una splendida giornata di sole..."
Così commentava un'arzilla signora ad un'amica, mentre era in fila al banco della frutta del mercato. Questo sfogo meteorologico rappresentava, forse, un rammarico ben più profondo.
Su tutto viene fatta una previsione, e nonostante infallibili calcoli probabilistici, spesso e volentieri i risultati vengono smentiti. Ma al di là del fatto della loro più o meno attendibilità, quello che lasciava intendere la signora, era che senza le previsioni, una persona avrebbe la possibilità di godersi con più serenità il presente. Perché stare già oggi in ansia per la grandinata prevista tra quattro giorni?
Viviamo in una società dove tutto deve essere pianificato e previsto. Qualcosa di non programmato rischia di mandare in crisi la nostra già instabile serenità. Quindi magari almeno sul tempo qualche volta potremmo sorvolare. La nostra apprensione verso le previsioni meteo è così elevata da far sembrare che noi tutti abbiamo un'azienda agricola, con migliaia di ettari coltivati, da mandare avanti.
Anche se per qualche giorno le previsioni meteo non pervengono, non credo che ci cambierà l'esistenza. E se domani piove? Ci si può sempre improvvisare Gene Kelly!
Quella che vedete sopra non è solo una fotografia. E' un dono. Un dono che qualche giorno fa una persona mi ha fatto.
Una persona che si è alzata alle cinque del mattino, con la gioia e l'entusiasmo per fare questo scatto. Premendo delicatamente, ma in modo deciso, il tasto della sua Nikon, ha immortalato questo momento. Dopo di che l'ha regalato a me.
Ha fatto tutto questo perché l'ho coinvolto in un'idea che lui ha subito condiviso. Doveva interpretare, riepilogare, sintetizzare in un'unica immagine un tema. Tra qualche settimana vi fornirò tutti i dettagli di questo incarico oltre che svelarvi l'autore dello scatto. Per ora vi posso solo anticipare che il lavoro è stato svolto nel modo migliore e questa fotografia è proprio ciò che cercavo.
A questo punto mi auguro che il contenuto testuale che accompagnerà questa immagine sia all'altezza di un dono inaspettato, ma tremendamente bello.
ILBETTA: “Ora devo fare un po’ l’avvocato del diavolo. Però ti sei permesso di fare una scelta così drastica, perché comunque eri nelle condizioni di poterlo fare. Se avessi avuto un mutuo da pagare o una famiglia da mantenere, avresti potuto fare ugualmente una scelta analoga?”
Simone: “No. Ma vedi, il paradosso è proprio questo. Prima di tutto se uno ha fatto un mutuo per comprare una macchina più alla moda, la schiavitù se l’è cercata e se la merita tutta. A me della macchina me ne frega meno di niente. Ho un macchinone solo perché ci trasporto legna, materiali, e l’ho pagata 8.000 euro su eBay. Poi, se il mutuo è reale, utile, necessario, è chiaro che i problemi di quell’uomo esistono. Non sono semplici da risolvere. Il punto però è che esistono centinaia di migliaia di persone, anche milioni, che non hanno quel problema, o che in 3-5-10 anni possono risolverlo. Il fatto è che se non si comincia non si arriva. Occorre essere determinati e volere veramente cambiare vita. Se uno vuole può”
ILBETTA: “Hai raccolto la tua esperienza in un libro, dal titolo appunto Adesso Basta. Secondo te, la tua scelta potrebbe essere da stimolo ad altre persone?”
Simone: “A giudicare dalle tonnellate di messaggi che ricevo e dal fatto che il mio libro è stato esaurito in 4 giorni, direi di sì”
ILBETTA: “Prima di concludere vorrei condividere con te una mia considerazione. Io credo che da tutta questa crisi economica, dal fallimento di un modello economico basato esclusivamente sul consumismo e la speculazione, ne usciremo con una consapevolezza diversa, con un approccio nuovo alla vita. Non dico che si arriverà a scelte “drastiche” come la tua, però ad una nuova forma di rinascimento mentale e culturale. In tal senso, tu cosa ne pensi?”
Simone: “Me lo auguro. Io ero (per puro caso) di fronte alla Lehman Brothers quel famoso 12 settembre, quando scendevano gli impiegati con gli scatoloni in mano. Mi ha fatto pena quella gente, e ho patito per loro. Però esultavo. Che crollino questi santuari nel deserto, che vengano spazzati via e si riparta con meno cose in mano, ma con più autenticità. Non invoco alcun Armageddon, ma spero che questa crisi abbia spiegato chiaramente a tutti che così non va. Adesso Basta.”
La nostra chiacchierata finisce qui. Le nostre strade si dividono, per il momento. Simone torna al suo downshifting e io alla mia slow life. Tutto sommato ci sono più analogie che diversità. Chissà forse le nostre mete non sono così tanto diverse. Intanto grazie Simone e arrivederci.
Nella foto la copertina del libro di Simone Perotti dal titolo Adesso Basta (NDR per la prima volta in Italia, un libro è disponibile contemporaneamente sia in versione cartacea sia come eBook)
ILBETTA: “Cos’è successo quel giorno, quel giorno di due anni fa, ormai, che hai detto adesso basta?”
Simone: “Una sensazione meravigliosa, inebriante. Tutto dietro, anzi, dentro, perché non si perde nulla, tutto si conserva nel cuore e nella mente. Però niente più autorità esterne su di me. Solo chi mi ama. Ricordo che passeggiavo per Milano e mi sembrava di volare…”
ILBETTA: “Rimpianti? La rinuncia che hai fatto più fatica a metabolizzare?”
Simone: “Vivo dietro La Spezia. Mi manca l’Anteo, il miglior cinema di Milano. Da questo puoi capire che rimpianti non ne ho…”
ILBETTA: “Cosa vuol dire per te non avere più l’ansia del lunedì mattino e poterti godere ogni singolo giorno della settimana come fosse un giorno di festa?”
Simone: “E’ un sogno. È come la vita dovrebbe essere per tutti. Vivere così per moltissime persone è possibile, vorrei che tutti lo capissero. Serve coraggio, determinazione. Nessuno ci insegna a essere determinati sui nostri sogni, ma solo sui doveri. E’ questo il gesto più crudele del sistema. E’ come dare due colpi di mazza alle gambe di un prigioniero per evitare che fugga. Ma quelle gambe dobbiamo curarle, farle correre ancora, perché ci portino dove vogliamo. Stand up!”
ILBETTA: “Non c’è il rischio di isolarsi, di crearsi un proprio mondo scollegato da quello reale? In fondo tu stai andando controcorrente. Il passa parola di questi giorni è Win for life, la lotteria che ti permette di vincere un vitalizio a vita, mentre tu hai scelto di rinunciare alle agiatezze economiche”
Simone: “E' così che si diventa liberi secondo me. Non avendo soldi per fare quel che si vuole. E’ volere le cose vere, quelle che vanno proprio bene per noi che ci focalizza. Ti faccio io una domanda: quante volte facciamo cose che DOVREBBERO renderci felici, così si dice, così siamo convinti, ma che in realtà ci costano tempo e denaro ma non ci lasciano niente? Ecco la via per la libertà passa per queste cose. Si può diventare liberi anche senza smettere di lavorare. Però occorre assumersi la responsabilità della propria vita, renderla autonoma e indipendente dai condizionamenti. A quel punto si è veri-uomini-nel-mondo, dunque tutto si è meno che isolati. Sono gli altri a non avere tempo per me. Io ho tutto il tempo per loro che desiderano. Però voglio vederlo il loro desiderio, deve essere autentico e forte, altrimenti ho altro da fare.”
Leggo attentamente l’articolo, tra un misto di curiosità e scetticismo. Mi soffermo in particolar modo sulle dichiarazioni di un certo Simone Perotti, che un fatidico giorno procede con un cambiamento radicale della propria vita.
Non ha nulla a che vedere con il Michael Douglas di Un giorno di ordinaria follia. Anche per Simone Perotti ci sono stati gli ingorghi in mezzo al traffico e tensioni quotidiane date dalla vita moderna, però la sua, è stata una scelta “morbida”, un volere rallentare per riappropriarsi meglio di se stesso e della propria vita.
A questo punto non mi rimane altro che contattarlo. Voglio capire cos’è successo in lui. In cosa consiste la sua scelta. E forse, se è realizzabile un approccio diverso al mondo che ci circonda.
Gli scrivo una mail per avere la disponibilità per chiacchierare su questa sua scelta di vita. Dopo neanche un minuto mi risponde: “Volentieri”. Ecco cosa mi ha raccontato.
ILBETTA: “Partiamo dalla fine. Chi è Simone Perotti oggi?”
Simone: “Un uomo molto più libero. Liberi del tutto è forse impossibile, però ci si può provare con forza e determinazione…”
La soluzione a tutti i nostri problemi è arrivata e ha pure un nome: Win for life.
Non ci sono crisi economiche che tengano. Non c'è più spazio per i malumori. Da oggi la nostra vita cambierà.
Già perché se non ve ne siete ancora accorti la panacea a tutti i nostri mali è questa lotteria. Giochi e ti garantisci un congruo vitalizio mensile per il resto della tua vita.
Dopo l'obsoleto totocalcio, la classica lotteria di capodanno, lotto, enalotto, super enalotto, gratta e vinci, trick e track... "finalmente" è arrivata Win for life.
Signori e signore venite. Giocate. Ogni giorno giocate. Il primo pensiero del mattino dev'essere la giocata. Correte al bar. Cappuccino e brioche, lettura veloce alla Gazzetta e andiamo con la prima giocata del giorno.
Prima di addormentarvi alla sera, un furtivo e veloce bacio alla compagna, la trascrizione dei numeri su un foglietto da sistemare meticolosamente sopra il comodino, spegnete l'abat-jour e sogni d'oro.
D'altronde non è una scoperta di oggi che la vita è tutta un quiz!
Palazzo anni '30 un po' fatiscente. Suono il campanello ed entro nell'atrio. Lo studio si trova al primo piano sulla destra a fianco di quello di un veterinario.
La sala d'attesa non più di tre metri per quattro. Cinque sedie modello campeggio distribuite sui lati più lunghi. Due applique con illuminazione scarsa e tenebrosa. Tre porte, quella centrale della toilette; quella a sinistra dove il medico visita; la terza aperta, con la signorina della "reception".
Il mio appuntamento è per le 12. Sono in anticipo per questo mi siedo su una delle sedie libere. Prendo una rivista di gossip di qualche mese addietro tanto per ingannare l'attesa e ascolto, senza possibilità di non farlo, il medico che sta visitando il paziente prima di me.
Alla faccia della privacy devo subire una dettagliata descrizione gastro-intestinale collegata ad un principio di infiammazione della gola con relativa difficoltà respiratoria.
Nel frattempo la segretaria riceve telefonate di appuntamenti che sistematicamente fissa sulla sua agenda, dopo aver ripetuto il nome e cognome del malcapitato e il motivo della visita.
La sala d'attesa si riempie e tra le diverse persone arriva pure la mia "simpatica" e curiosa vicina del piano di sopra.
Tocca a me. Il dottore mi chiama ad alta voce dall'interno del suo studiolo.
Nell'imbarazzo più completo entro.
"Buongiorno dottore... il mio cane ha un problema alla zampa anteriore sinistra, purtroppo non sono riuscito a farlo entrare ed è fuori in giardino che aspetta".
"Dev'esserci un disguido. Il veterinario riceve nell'appartamento qui a fianco".
"Mi scusi dottore devo aver fatto confusione io entrando nel palazzo".
Salto la folla e tolgo il disturbo, non è il caso di rimanere ancora lì!
Sono partito da Master Blaster (Jammin'), canzone dedicata a Bob Marley. Sul mio lettore ieri l'ho ascoltata e riascoltata più volte. Fantastica! Originalità e musicalità perfette. Ritmo giamacaino reinterpretato in stile soul.
Da qui ho ripreso in mano l'album di Stevie Wonder che includeva questo pezzo: Hotter Than July. Un disco del 1980 che oltre a Master Blaster, sono presenti canzoni come All I Do (con Michael Jackson come corista), I Ain't Gonna Stand For It, Lately, la romantica Rocket Love oltre ad un ulteriore tributo, in questo caso a Martin Luther King con Happy Birthday.
Detto questo vi lascio proprio all'ascolto di Master Blaster, sicuro che non riuscirete a non farvi coinvolgere da queste fantastiche vibrazioni.
ILBETTA: “Bene, facciamo un po’ di gossip. Un’altra tua seconda casa sta diventando Ibiza. Ho visto una tua foto su una rivista internazionale, dove presenziavi ad un noto evento mondano. Cosa mi dici a tal proposito?”
LaManu: “Ibiza è stata una tarda scoperta. E mi sono sentita bene da subito. Ormai conosco tanta gente e quando vado trovo davvero ‘casa’. L’articolo? E’ uscito sul sito di The Sun, raccontava delle notti più calde dell’isola e citava l’apertura dello Space. Noi ovviamente non potevamo mancare!”
Ci fermiamo velocemente per bere un caffè. LaManu ne approfitta anche per prendere delle calde e profumate brioches da portare ai colleghi in ufficio. Un gesto naturale, come lo sono tutti i suoi modi di fare. Semplicità e determinazione messe insieme.
Mentre riprendiamo il cammino, mi permetto di rivolgerle una domanda piuttosto personale.
ILBETTA: “Ma in tutto questo tourbillon di feste, viaggi, eventi, riesci a trovare uno spazio di tranquillità per te, per la tua vita?”
LaManu: “La mia è una settimana volutamente frenetica in cui incontro amici, organizzo, pianifico viaggi. Ma non disdegno dei momenti di puro ozio in cui mi prendo del tempo solo per me.”
Giungiamo ai piedi della Rocca di Asolo. Siamo arrivati a destinazione. LaManu scende dall’auto. Io le prendo la trolley dal baule. Un forte abbraccio e un grosso saluto. Mentre sto per ripartire e lei si sta avviando verso il viale che la porterà al suo ufficio, inchiodo la macchina e abbasso il finestrino.
ILBETTA: “Manu dimenticavo una cosa! Anche se in ritardo di qualche giorno… Buon Compleanno!”
ILBETTA: “Allora com’è andata a Londra, quand’è che prenderai la cittadinanza britannica?”
LaManu: “Mai credo… mi è stato espressamente vietato dalla mia amica Toni Jones, dice che potremmo fare seri danni insieme. E ha ragione!”
ILBETTA: “Senti, ma raccontami un po’ della Virago Entertainment. Come sta andando questa avventura, su che fronte ti stai muovendo?”
LaManu: “Abbiamo festeggiato due anni di attività proprio ad inizio ottobre. La serata ha avuto come protagonisti tanti amici, che fedelissimi hanno seguito fin dall’inizio questa avventura. Ora ci sono un po’ di programmi con i partners storici (i ragazzi di Rokkaffe e ZweiBar): vorremmo organizzare una serie di eventi per l’autunno; sta nascendo anche un progetto con YEAM tuttora in fase di test e qualcosa con una società di Milano che mi ha contattata un paio di mesi fa ma è ancora prematuro parlarne.”
ILBETTA: “Qual è la festa che ti è piaciuta di più organizzare?”
LaManu: “Difficile da dire. Credo la prossima che farò…”
ILBETTA: “E quella cui ti sei divertita di più?”
LaManu: “Tutte. Dopo le 2 del mattino però quando l’ansia da prestazione è passata.”
ILBETTA: “Ma secondo te, un giorno la Virago Entertainment potrebbe svilupparsi così tanto, da richiedere da parte tua un impegno e una presenza maggiore?”
LaManu: “Non lo escludo. Conoscenze e collaborazioni si stanno piacevolmente allargando. Da qualche mese ho cominciato a collaborare anche come freelance per la rivista Sound & Vision. Scrivere è davvero un bell’esercizio.”
Aeroporto di Treviso. Ore dieci e venti di un lunedì di ottobre. Sulla pista di atterraggio sta per toccare suolo il volo Ryanair FR 00792 proveniente da Londra.
A bordo c’è LaManu.
LaManu è una mia ex collega. LaManu è una mia amica. LaManu è la Virago Entertainment. Che cos’è la Virago Entertainment lo scopriremo insieme a lei, intanto non posso che anticipare che è la sua seconda esistenza. Già perché da una lato LaManu lavora con grande passione nell’ambito della moda, dall’altro invece è l’anima pulsante di un’idea che sta fantasticamente portando avanti.
Le porte scorrevoli degli arrivi si aprono. Eccola. E’ proprio tra i primi passeggeri ad affacciarsi. Cappellino anni ’60. Vestito floreale su toni verdi e blu. Cappotto grigio chiaro al braccio sinistro. Borsetta a tracolla decorata da centinaia di spille. Trolley e vistosi occhiali da sole per nascondere, forse, le poche ore di sonno fatte.
ILBETTA: “Buongiorno Manu e ben arrivata. Il tuo chauffeur è pronto per portarti al lavoro!”.
LaManu: “Ciao Betta, che piacere rivederti e grazie ancora per il favore”.
Già perché oggi sarò io ad accompagnarla al lavoro e in questi 35 km che avremmo a disposizione ne approfitterò per farle qualche domanda. Sistemato il piccolo bagaglio nel baule dell’auto. Iniziamo il nostro viaggio.
Non c'è niente da fare, una casa luminosa riesce a risollevarti l'umore. Non parlo tanto della luce artificiale dei lampadari, piantane ed applique di varia natura, le quali anzi più stanno spente meglio è, bensì di quella straordinaria luce che entra dalle finestre in un insperato giorno d'inizio ottobre.
Quella luce che dà nuove forme agli oggetti di casa. Quella luce che dà vita ai suoi abitanti.
Sei lì in cucina che tagli con parsimonia il prezzemolo per il ragù domenicale, quando i raggi del sole brillano sulla lama come se volessero accompagnarti in questa preparazione.
Stai alzando un calice per assaporare il risultato di una vendemmia quando il colore del vino si accende di una luce amica, risaltandone la sua brillantezza.
Sei seduto a tavola e il viso di lei, se possibile, è ancor più bello. Dai suoi occhi si sprigiona gioia e dalle sua labbra felicità.
E' sempre quella luce che piano piano ti riscalda la pelle e con meno lentezza ti surriscalda il cuore.
E' una questione di luce, ma vi garantisco che vivere dove il sole ti accarezza alle finestre per poter entrare nella tua casa e farne delicatamente parte , è di una piacevolezza non da poco.
Questo fine settimana c'è voglia di soul. Per l'occasione ecco una delle colonne sonore più calzanti al genere musicale: The Commitments.
Film cult diretto Alan Parker nel '91 e ambientato a nord di Dublino, ha fatto conoscere ai più un gruppo di grandi voci, fino ad allora semisconosciute. Tra i diversi bravi interpreti presenti in questa pellicola, non si può non citare la possente voce di Andrew Strong, nella parte di Deco.
In questo album potrete trovare pezzi come Mustang Sally, Chain of Fools, The Dark End of The Street, I Can't Stand The Rain, I Never Loved A Man oppure Try A Little Tenderness.
Detto questo vi lascio con una delle mie preferite Treat Her Right, augurandovi un divertente week end.
ILBETTA: "Cosa stai cercando?" Firuzeh: "La mia identità, ILBETTA. Credevo di averla chiara e netta davanti a me, invece sono tutta un dubbio e non mi sento più a mio agio. Ho come compagno di viaggio il Genio e solo con lui ritrovo la serenità perduta andando per i miei deserti, quelli di 'sabbia' cercando per quel che posso di evitare quelli dell'anima".
ILBETTA: "Ma non sei mai stata assalita dal dubbio che la felicità non possa esistere?" Firuzeh: "Sempre!".
ILBETTA: "Tu mi parli di amore, di gioia di vivere. Ma nei tuoi viaggi hai visto anche il dolore, la morte, la paura?" Firuzeh: "Ho visto Lei, in faccia, l'inflessibile Signora, che ci amministra, che non ha compassione per nessuno. Sai: Lei decide 'quando'; una volta mi è stata vicina, ma non mi ha voluto ed io lì invece avrei voluto essere accettata e terminare di soffrire. Adesso... non so dirti. Che ti posso confessare? Forse che in ognuno di noi c'è molta forza, anche se non lo sappiamo. Che bisogna trovare la forza per rialzarsi. Ecco dove l'amore, inteso in senso lato, aiuta a dare e a ricevere. Non è facile, è molto faticoso...".
ILBETTA: "Tu credi che alla fine l'amore possa sconfiggere ogni male?" Firuzeh: "Purtroppo... no, però aiuta a vivere".
Arriviamo alle soglie della città. Ci fermiamo davanti ad un grande portone intarsiato d'oro con delle pietre preziose incastonate.
Firuzeh: "Ora devo andare. Devi continuare da solo il viaggio! Ma non dimenticare: di tanto in tanto chiedi al grande musicista persiano, il Maestro Paivar di accompagnarti con brani di musica del suo santoor... vedrai quanta pace scenderà nella tua mente...".
ILBETTA: "E tu dove andrai?" Firuzeh: "Dove un tramonto, un deserto, un cielo mi diano gioia e serenità... ti lascio perché è soprattutto con te stesso che devi fare questo viaggio, ma ti dico: arrivederci".
Mi sveglio. Penso ancora al sogno appena fatto. Mi preparo, faccio colazione ed esco per andare al lavoro. Accendo il telefonino e mi arriva un sms. "Buon viaggio - Firuzeh".
26 settembre 2008. Da pochi minuti sono passate le ventuno. Come tutte le sere iniziano i rituali per portare a letto i bimbi. Prima in bagnetto, poi il pigiamino ed infine un po’ di latte caldo per conciliare quel sonno che lentamente sta scendendo.
E’ stata una giornata strana quella odierna. Climaticamente malinconica. Malinconia accentuata ancor di più dalla notizia della scomparsa di Paul Newman. Quando scompaiono personaggi così famosi, quasi immortali, che in un certo qual modo ti hanno dato qualcosa, come fossero dei lontani amici, rimane una strana sensazione addosso.
Dopo aver accompagnato la piccola adagiandola nella sua culla, è ora il turno del grande, del primogenito. Un metro e dieci per diciotto chili, addormentatisi sul divano. Sistemo il bimbo sulla spalla sinistra, modello sacco (pieno) di patate e mi dirigo verso la sua cameretta. Pochi istanti e mentre mi accingo a poggiarlo nel suo letto… track!
Un dolore lancinante alla schiena. Il bimbo non si sveglia, nonostante gli ultimi centimetri che lo separano dal letto li abbia fatti volando. Io mi ritrovo semicurvo e in balia di un male che non trova nessun tipo di sollievo.
Silenziosamente urlo a mia moglie di chiamare la guardia medica. Vago avanti e indietro nel salone di casa in preda alla disperazione. Dopo un quarto d’ora si presenta a casa un giovanotto con casco in una mano e borsa medica dall’altra. Qualche domanda, che a fatica cerco d’interpretare e poi un’iniezione di Muscoril e Voltaren.
“Non si preoccupi, basta che faccia un ciclo di iniezioni e tornerà come nuovo. Naturalmente per una settimana dovrà rimanere a casa, evitando di sollevare qualunque tipo di peso. Tutto qui. Arrivederci!”. Queste sono le parole che pronunzia il novello E.R. prima di avviarsi all’uscita per risalire sulla sua moto.
Una settimana a casa. Bloccato. Se la giornata era apparsa malinconica ora è totalmente triste e funesta. Non sono più abituato a rimanere a casa. Senza fare nulla. Il lavoro, gli impegni, la corsetta sul lungomare, la rincorsa ai figli. Per un’intera settimana tutto questo mi sarà inaccessibile.
Se la domenica riesco a sopravvivere abbastanza indenne, facendo fare ginnastica al pollice con l'utilizzo sfrenato del telecomando, per passare da un canale all’altro, il lunedì mattino, la situazione è già differente. Moglie al lavoro e figli a scuola.
Dopo essermi “gustato” le prime ore di relax e di solitudine, ecco crescere in me la smania di fare qualcosa. Apro il portatile, controllo la posta del lavoro, guardo qualche sito d’informazione e poi?
E poi, come nelle migliori situazioni apparentemente negative, ecco l’illuminazione. Ma perché non approfitto di questi “tempi morti” per dedicarmi ad una mia passione da troppo tempo rimandata: la scrittura. Apro il programma di Word. Mi si presenta una pagina completamente bianca, tutta a mia completa disposizione. Ma ora cosa scrivo?
Ed ecco che prende sostanza l’idea, che da troppo tempo avevo solo accarezzato, di aprire un blog. Perché no? Ora il tempo a disposizione ce l’ho. Gli argomenti non mancano. Perché non impegnarmi quotidianamente a scrivere un piccolo post.
Scrivo quattro brevi articoli. Penso al nome da dare al blog e il primo ottobre 2008 pubblico il mio primo post dal titolo (emblematico) “Si parte” su ILBETTA ON AIR.
Il viaggio aveva inizio. Sapevo da dove partivo, ma non dove sarei arrivato. Un’unica certezza mi accompagnava: l’entusiasmo.
ILBETTA
(Andrea Bettini)
Nella foto la torta per il primo compleanno del blog ILBETTA ON AIR by Adè feat. our kids
C'è una regista, brava. C'è un documentario, bello. C'è una passione, il vino e ci sono pure le protagoniste: Arianna, Dora, Elisabetta e Nicoletta. Fin qui non c'è nulla di anomalo, se non fosse che ciò che viene raccontato dalle telecamere di Giulia Graglia è uno spaccato reale di un mondo che in tanti cercano di "artificializzare".
Anna Pavignano ospite de "Il mecenate d'anime approda a Venezia"
L'indirizzo giusto, Corso12 - Massimo Scarpis
La barba gli camuffa un po' l'età. Non certo l'entusiasmo. Quello c'è. E' vitale. Come l'instancabilità di un bimbo che ha appena imparato a camminare. Come l'energia di un ragazzo che ha scoperto l'amore.Continua
Chi lo vede per la prima volta ne rimane folgorato. Si trova di fronte ad un gioiello. Avevano cercato di cancellarlo dalla memoria prima. Fisicamente ora. Apparivano leggende i racconti di chi lo aveva visto in vita. Ma c’erano anche alcune foto a testimoniare che era realmente esistito. Ora la volontà delle persone ne rivendica non solo l’attuale esistenza, ma anche quella futura.
Il mecenate d'anime alla trasmissione ORE 12 - Antenna 3
SPECIALE VENEZIA68
Il mecenate d'Anime - Il Libro
E' arrivato! Nero su bianco, immortalate le storie di anime diverse. E' il libro de Il mecenate d'anime. Una raccolta. Una testimonianza che ci sono ancora delle persone in grado non solo di sognare, ma di perseguire i propri sogni.
Il baratto non ha prezzo: ed io lo tengo vivo! Sostieni ZR!
I fondatori di LSE su RADIO 24
Sergio Nava con la sua trasmissione Giovani Talenti, in onda ogni sabato su RADIO 24 alle 13.30, ha raccontato la storia di Nicola Farronato, che si è trasferito a Dublino per fare start-up con la sua nuova azienda e nell’occasione ha parlato anche di LSE // LIFESTYLEntrepreneur con Andrea Bettini, l’altro fondatore del magazine online dedicato agli imprenditori innovativi del Veneto.
Dopo10 anni di esperienza nella comunicazione attraverso il web, la passione per la scrittura attraverso media differenti mi ha fatto partire con questo blog dove con la quotidiana pubblicazione di post tento di dare una sfaccettatura diversa dall’attuale giornalismo.
ILBETTA ON AIR vuole rappresentare l’espressione positiva dei diversi aspetti della vita. ILBETTA ON AIR vuole dare, inoltre, visibilità a persone “normali” che hanno molto da dire e che non trovano l’adeguato spazio nell’informazione quotidiana.
Il mio blog tenta di supportare i talenti umani come un “mecenate d’anime”.
E’ per questo che in alcune circostanze il lavoro che mi ritrovo a fare è quello di ghostwriter, per creare delle storie attorno a delle persone che meritano di stare sotto un riflettore.
Accanto a questo, ho intrapreso anche il percorso di scrittore, confrontandomi con una scrittura più articolata, lunga e con precise regole, che ha portato alla stesura di un primo romanzo dal titolo Anna e Barnaba.